lunedì 8 marzo 2021

Le mani dell'uomo

 



Mano dell’uomo, parte preziosa del corpo, ricchissima trama di un ricamo dei mille dettagli.

Mano che si apre e si svuota per donare o si stringe per afferrare;

mano delicata che sa accarezzare oppure armata che sa solo depredare;

Mano operosa di chi vuole realizzare…mano fraterna di chi ama comunicare…

Mano bella che profuma ma anche mano iniqua che si sporca.

Le tue mani…Le mie mani…Le mani di ogni uomo e di ogni donna dicono la sua vita, la sua storia.

Mani calde di chi serve, mani fredde di egoismo e disinteresse, mani piccole di chi nasce,

mani stanche di chi muore, mani di chi prega, di chi cerca, attende, spera.

 

La tua mano, Signore, nella mia mano, originale disegno in cui scorre la vita.

Mano che ha conosciuto i chiodi e la croce, la sofferenza e l’abbandono.

Mano divina, ora piena di forza e di vita, afferra la mia per strapparmi alla solitudine straziante, al peccato umiliante, alla morte soffocante.





giovedì 18 febbraio 2021

Tempo di conversione




 È iniziato il cammino quaresimale, fatto di quaranta giorni.

Il numero quaranta è un numero pieno di significati per l’uomo biblico. Quando designa un tempo si tratta sempre di un periodo che segna una situazione provvisoria e di attesa.  E’ il tempo del castigo e della penitenza, ma anche il tempo della misericordia e del perdono. E’ il tempo dell’intimità con Dio e del colloquio con lui. E’ il tempo in cui l’uomo prende coscienza di sé e si prepara ad accogliere i doni di Dio. E’ il tempo dell’Alleanza e della rivelazione.
Scorrendo la bibbia vediamo anche che con 40 anni si indica la durata della vita di un uomo. Con questo criterio il Deuteronomio (34,7) può affermare che Mosè visse 120 anni, cioè 40×3, perché per tre volte egli ha mutato radicalmente la sua esperienza di vita.

Sono 40 gli anni trascorsi dal popolo di Israele nel deserto; 40 giorni e 40 notti durò il diluvio (Gen. 7,4); 40 giorni e 40 notti Mosè rimase sul monte (Es. 24,18); Elia camminò per 40 giorni e 40 notti nel deserto per sfuggire all’ira della regina Gezabele (1Re,19,8);  40 giorni sono il tempo concesso agli abitanti di Ninive per fare penitenza (Giona 3,4).

Nel Nuovo Testamento il numero 40 si trova 22 volte. I vangeli sinottici parlano di 40 giorni e 40 notti di digiuno di Gesù nel deserto (Matteo 4,1ss; Marco 1,13; Luca 4,2 ss) mettendoli in relazione con il periodo trascorso da Mosè sul monte Sinai. Matteo e Luca poi stabiliscono anche un raffronto fra la permanenza del popolo d’Israele nel deserto, periodo in cui «tentarono e misero alla prova Dio» (Salmo 95,9-10), con la fedeltà e l’obbedienza di Gesù.

In questo modo, servendosi del semplice numero 40, gli evangelisti ci invitano a riconoscere in Gesù il nuovo Mosè, che dà inizio al nuovo popolo capace di dare un senso nuovo all’alleanza fondata non più su una legge scritta, ma sulla stessa persona di Gesù.
Secondo il libro degli Atti (1,3) per 40 giorni il Signore si manifestò ai discepoli dopo la risurrezione prima di salire al cielo per completare il suo insegnamento e confermarli nella fede.

La Chiesa ci propone i quaranta giorni della Quaresima perché nel silenzio e nell’ascolto della Parola possiamo ritrovare il senso del nostro pellegrinaggio qui sulla terra, perché possiamo scoprire la nostra dimensione di limite e di peccato, perché possiamo accogliere il dono dello Spirito Santo, che dà vita e speranza e nascere di nuovo nella Pasqua del Signore.

La quaresima è tempo di conversione,  In questo tempo di conversione rinnoviamo la nostra fede, attingiamo “l’acqua viva” della speranza.
Il digiuno, la preghiera e l’elemosina, come vengono presentati da Gesù nella sua predicazione (cfr Mt 6,1-18), sono le condizioni e l’espressione della nostra conversione. La via della povertà e della privazione (il digiuno), lo sguardo e i gesti d’amore per l’uomo ferito (l’elemosina) e il dialogo filiale con il Padre (la preghiera) ci permettono di incarnare una fede sincera, una speranza viva e una carità operosa.





Papa francesco nel suo discorso per questa Quaresima ci dice:

 La fede ci chiama ad accogliere la Verità e a diventarne testimoni, davanti a Dio e davanti a tutti i nostri fratelli e sorelle.

 Accogliere e vivere la Verità manifestatasi in Cristo significa prima di tutto lasciarci raggiungere dalla Parola di Dio, questa Verità è Cristo stesso, che assumendo fino in fondo la nostra umanità si è fatto Via – esigente ma aperta a tutti – che conduce alla pienezza della Vita.
Il digiuno vissuto come esperienza di privazione porta quanti lo vivono in semplicità di cuore a riscoprire il dono di Dio e a comprendere la nostra realtà di creature a sua immagine e somiglianza, che in Lui trovano compimento. Facendo esperienza di una povertà accettata, chi digiuna si fa povero con i poveri e “accumula” la ricchezza dell’amore ricevuto e condiviso. Così inteso e praticato, il digiuno aiuta ad amare Dio e il prossimo in quanto, come insegna San Tommaso d’Aquino, l’amore è un movimento che pone l’attenzione sull’altro considerandolo come un’unica cosa con sé stessi (cfr Enc. Fratelli tutti, 93).

 La speranza come “acqua viva”  ci consente di continuare il nostro cammino

Nell’annunciare la sua passione e morte Gesù annuncia la speranza, quando dice: «e il terzo giorno risorgerà» (Mt 20,19). Gesù ci parla del futuro spalancato dalla misericordia del Padre. Sperare con Lui e grazie a Lui vuol dire credere che la storia non si chiude sui nostri errori, sulle nostre violenze e ingiustizie e sul peccato che crocifigge l’Amore. Significa attingere dal suo Cuore aperto il perdono del Padre.
Nell’attuale contesto di preoccupazione in cui viviamo e in cui tutto sembra fragile e incerto, parlare di speranza potrebbe sembrare una provocazione. Il tempo di Quaresima è fatto per sperare, per tornare a rivolgere lo sguardo alla pazienza di Dio, che continua a prendersi cura della sua Creazione, mentre noi l’abbiamo spesso maltrattata (cfr Enc. Laudato si’, 32-33.43-44). È

 Ricevendo il perdono, nel Sacramento che è al cuore del nostro processo di conversione, diventiamo a nostra volta diffusori del perdono: avendolo noi stessi ricevuto, possiamo offrirlo attraverso la capacità di vivere un dialogo premuroso e adottando un comportamento che conforta chi è ferito. Il perdono di Dio, anche attraverso le nostre parole e i nostri gesti, permette di vivere una Pasqua di fraternità.
Nella Quaresima, stiamo più attenti a «dire parole di incoraggiamento, che confortano, che danno forza, che consolano, che stimolano, invece di parole che umiliano, che rattristano, che irritano, che disprezzano» (Enc. Fratelli tutti  223).

 A volte, per dare speranza, basta essere «una persona gentile, che mette da parte le sue preoccupazioni e le sue urgenze per prestare attenzione, per regalare un sorriso, per dire una parola di stimolo, per rendere possibile uno spazio di ascolto in mezzo a tanta indifferenza»
Nel raccoglimento e nella preghiera silenziosa, la speranza ci viene donata come ispirazione e luce interiore, che illumina sfide e scelte della nostra missione: ecco perché è fondamentale raccogliersi per pregare (cfr Mt 6,6) e incontrare, nel segreto, il Padre della tenerezza.

Accogliamo questo appello del Santo Padre a percorrere questo cammino quaresimale di conversione, in preghiera e condivisione con i fratelli tutti.








mercoledì 27 gennaio 2021

Per Ricordare

 


Czeslawa Kwoka , una ragazzina polacca cattolica di 14 anni.

Morta nel campo di sterminio di Auschwitz il 18 febbraio 1943 con un'iniezione di fenolo nel cuore. Poco prima dell'esecuzione, è stata fotografata dal prigioniero Whilem Brasse, che ha testimoniato contro il boia di Czeslawa, una donna che, prima della foto, l'ha colpita in faccia, come mostra l'ematoma sul labbro. Vediamo solo il volto di una bambina terrorizzata, che nemmeno parlava la loro lingua e che aveva perso la madre pochi giorni prima. Era uno dei circa 250.000 bambini e minorenni giustiziati ad Auschwitz-Birkenau.

La foto, originariamente in bianco e nero al Memorial Oświęcim, è stata colorata dalla fotografa professionista brasiliana Anna Amaral, rimasta impressionata dalla foto di Czeslawa e ha deciso di metterla a colori e disponibile per tutti. Affinché tutti sappiano e nessuno dimentichi.




Coltivare la memoria è ancora oggi un vaccino prezioso

contro l’indifferenza  e ci aiuta in un mondo pieno

di ingiustizie e sofferenze a ricordare che ciascuno

di noi ha una coscienza e la può usare .

 (Liliana Segre)




sabato 26 dicembre 2020

Natale 2020

 

Dall’Omelia di Papa Francesco


[…] Ci è stato dato un figlio. Chi ha un bimbo piccolo, sa quanto amore e quanta pazienza ci vogliono. Occorre nutrirlo, accudirlo, pulirlo, prendersi cura della sua fragilità e dei suoi bisogni, spesso difficili da comprendere. Un figlio fa sentire amati, ma insegna anche ad amare. Dio è nato bambino per spingerci ad avere cura degli altri. Il suo tenero pianto ci fa capire quanto sono inutili tanti nostri capricci; e ne abbiamo tanti! Il suo amore disarmato e disarmante ci ricorda che il tempo che abbiamo non serve a piangerci addosso, ma a consolare le lacrime di chi soffre. Dio prende dimora vicino a noi, povero e bisognoso, per dirci che servendo i poveri ameremo Lui. Da stanotte, come scrisse una poetessa, «la residenza di Dio è accanto alla mia. L’arredo è l’amore» (E. Dickinson, Poems, XVII).





Buon Natale!




mercoledì 21 ottobre 2020

Le mie Vacanze

 

 


Nonostante i mesi trascorsi in un clima di incertezza e preoccupazione nel periodo  del Lockdown, l’arrivo dell’estate ha portato il ritorno alla quasi vita normale (pur con le dovute cautele e buone norme comportamentali  rispettose di noi stessi e degli altri.

La mia estate è trascorsa tranquillamente, i  giorni di vacanza da contare sulle dita di una mano, ma in piacevole compagnia, in fondo io alla quantità preferisco la qualità, e quella c’è stata alla grande.

 Oggi ho voluto riprendere il mio blog per  fissare  quel  periodo trascorso in serenità.

Sono rimasta a lungo a casa, seppur  curando virtualmente le relazioni, quelle più care, e quelle amichevoli, non mi sono mai sentita sola o isolata, le ore trascorrevano veloci, facendo piccoli lavoretti,  prendendomi cura dei miei pelosi, avendo a cuore i passerotti e altri uccelletti che al mattino,al sorgere del sole mi allietavano con il loro cinguettio chepareva un concerto.

Ho potuto essere d’aiuto ai miei figli, molto impegnati nel loro lavoro diventato più gravoso per sopperire alle carenze di un periodo anomalo , dovuto alla pandemia.

 Mi sono immersa nella cura delle piante, dei fiori , il mio balcone era un piccolo giardino, profumato e con   tanto verde, una piccola oasi di pace, e colori.

Un’estate diversa dalle altre trascorse, ma ricche di emozioni.

Alcune di queste emozioni sono fissate nelle immagini…





































mercoledì 20 maggio 2020

Ezio Bosso


Ezio Bosso ci ha lasciato una grande lezione di umanità e di vera arte.
Grazie Ezio !









Io li conosco I domani che non arrivano mai
Conosco la stanza stretta
E la luce che manca da cercare dentro

Io li conosco i giorni che passano uguali
Fatti di sonno e dolore e sonno
per dimenticare il dolore

Conosco la paura di quei domani lontani
Che sembra il binocolo non basti
Ma questi giorni sono quelli per ricordare

Le cose belle fatte
Le fortune vissute

I sorrisi scambiati che valgono baci e abbracci
Questi sono i giorni per ricordare
Per correggere e giocare
Si, giocare a immaginare domani

Perché il domani quello col sole vero arriva
E dovremo immaginarlo migliore
Per costruirlo

Perché domani non dovremo ricostruire
Ma costruire e costruendo sognare

Perché rinascere vuole dire costruire
Insieme uno per uno

Adesso però state a casa pensando a domani
E costruire è bellissimo
Il gioco più bello

Cominciamo…

Ezio Bosso





mercoledì 29 aprile 2020

Santa Caterina da Siena


Oggi per i domenicani, ordine dei predicatori OP, e in particolare per noi terziari domenicani, è festa, ricordando la grande Caterina da Siena.



Caterina nasce a Siena nel popolare rione di Fontebranda (contrada dell'Oca) il 25 marzo 1347. E' la ventitreesima figlia del tintore Jacopo Benincasa e di monna Lapa Piacenti. Caterina ha una gemella, Giovanna, che morirà poco tempo dopo la nascita. Fin da piccola Caterina frequenta i frati Predicatori della basilica di San Domenico, poco distante dalla sua casa, ed ha una vita interiore già molto intensa. Non sceglie però di diventare suora, sente che la sua missione è nel mondo, ed entra nelle Mantellate o Terziarie domenicane. Le terziarie erano donne che si dedicavano ad opere di carità e si raccoglievano in preghiera ogni giorno nella Cappella delle Volte, nella basilica di San Domenico.
Caterina fu donna libera nello spirito che amò la verginità consacrata al celeste sposo, Cristo Gesù e fu dotata dal Signore di eccezionali grazie mistiche, tra le quali il mistico sposalizio e le sacre stigmate.
Papa Giovanni Paolo II, in un suo discorso, ha definito la vergine di Fontebranda "messaggera di pace". Essa cercò di riportare la pace in seno alle famiglie ed alle città : fu intermediaria di pace a Pisa ed a Lucca, fra il Papato e la città di Firenze, e a Volterra riuscì a sedare gli odii fra due famiglie, una guelfa e una ghibellina.Inviata ad Avignone come ambasciatrice dei fiorentini per una non riuscita missione di pace presso papa Gregorio XI, dà al Pontefice la spinta per il ritorno a Roma, nel 1377.
Sempre Giovanni Paolo II ha detto di Santa Caterina che fu una “mistica della politica”. Nelle lettere ai politici suoi contemporanei essa ricorda che il potere di governare la città è un "potere prestato" da Dio. La politica, per la Santa Senese, è la buona amministrazione della cosa pubblica finalizzata ad ottenere il bene comune e non l'interesse personale. Per far questo il buon amministratore deve ispirarsi direttamente a Gesù Cristo che rappresenta l'esempio più alto di giustizia. La giustizia infatti, nella dottrina politica di Santa Caterina, assume un ruolo fondamentale; senza giustizia non c'è pace e se manca la pace viene meno il presupposto che sta alla base della crescita sociale e morale di uno stato. Scrive ai Consoli e Gonfalonieri di Bologna :"Se voi sarete uomini giusti che il reggimento vostro sia fatto… non passionati né per amor proprio e bene particolare, ma con bene universale fondato sulla pietra viva Cristo dolce Gesù".
Non avendo studiato, dettava le sue lettere, che sono numerose, e i suoi trattati, in particolare la sua opera principale il "Dialogo della Divina Provvidenza", terminato nel 1378, due anni prima della morte. Essa, infatti, non aveva frequentato nessuna scuola e la sua cultura si formò piuttosto ecletticamente. Toccò tutti i punti della teologia: la Trinità, Gesù Cristo, la Chiesa, i sacramenti, il sacerdozio, i religiosi, la famiglia, la vita spirituale.
Muore a soli 33 anni, consumata dal suo amore per la Chiesa: un ‘curriculum vitae’ tanto breve quanto intenso. Sarà canonizzata nel 1461 dal papa senese Pio II. Nel 1939 Pio XII la dichiarerà Patrona d’Italia con Francesco d’Assisi. Nel 1970 avrà da Paolo VI il titolo di Dottore della Chiesa e, infine, l’attuale Pontefice, Giovanni Paolo II, nel 1999, l’ha proclamata Patrona d’Europa insieme a S. Brigida di Svezia e S. Benedetta della Croce (Edith Stein).
Per concludere questo breve ricordo di una grande santa, diremo, insieme a Paolo VI, che il suo nome è "fra i più dolci, i più originali, i più grandi che la storia ricordi, ...singolarissima donna, non mai abbastanza studiata e celebrata".
«Dio ha suscitato Caterina in un momento difficile della storia della Chiesa. In un momento altrettanto difficile, quale è il nostro attuale, la Chiesa ha ancora bisogno di Caterina. Caterina non è morta. Essa è più viva che mai. La sua voce forte, severa, materna, echeggia ancora» (dal Breviario Cateriniano, ed. Cantagalli, 1996).



“Noi siamo immagine Tua, e Tu immagine nostra per l'unione che hai stabilito fra Te e l'uomo, velando la divinità eterna con la povera nube dell'umanità corrotta di Adamo.”
S.Caterina da Siena















martedì 14 aprile 2020

Lettera di Papa Francesco





LETTERA DI PAPA FRANCESCO AI MOVIMENTI E ALLE ORGANIZZAZIONI POPOLARI


Cari amici,
Ricordo spesso i nostri incontri: due in Vaticano e uno a Santa Cruz de la Sierra, e confesso che questa “memoria” mi fa bene, mi avvicina a voi, mi fa ripensare ai tanti dialoghi avvenuti durante quegli incontri, ai tanti sogni che lì sono nati e cresciuti, molti dei quali sono poi diventati realtà. Ora, in mezzo a questa pandemia, vi ricordo nuovamente in modo speciale e desidero starvi vicino.
In questi giorni, pieni di difficoltà e di angoscia profonda, molti hanno fatto riferimento alla pandemia da cui siamo colpiti ricorrendo a metafore belliche. Se la lotta contro la COVID-19 è una guerra, allora voi siete un vero esercito invisibile che combatte nelle trincee più pericolose. Un esercito che non ha altre armi se non la solidarietà, la speranza e il senso di comunità che rifioriscono in questi giorni in cui nessuno si salva da solo. Come vi ho detto nei nostri incontri, voi siete per me dei veri “poeti sociali”, che dalle periferie dimenticate creano soluzioni dignitose per i problemi più scottanti degli esclusi.
So che molte volte non ricevete il riconoscimento che meritate perché per il sistema vigente siete veramente invisibili. Le soluzioni propugnate dal mercato non raggiungono le periferie, dove è scarsa anche l’azione di protezione dello Stato. E voi non avete le risorse per svolgere la sua funzione. Siete guardati con diffidenza perché andate al di là della mera filantropia mediante l’organizzazione comunitaria o perché rivendicate i vostri diritti invece di rassegnarvi ad aspettare di raccogliere qualche briciola caduta dalla tavola di chi detiene il potere economico. Spesso provate rabbia e impotenza di fronte al persistere delle disuguaglianze persino quando vengono meno tutte le scuse per mantenere i privilegi. Tuttavia, non vi autocommiserate, ma vi rimboccate le maniche e continuate a lavorare per le vostre famiglie, per i vostri quartieri, per il bene comune. Questo vostro atteggiamento mi aiuta, mi mette in questione ed è di grande insegnamento per me.
Penso alle persone, soprattutto alle donne, che moltiplicano il cibo nelle mense popolari cucinando con due cipolle e un pacchetto di riso un delizioso stufato per centinaia di bambini, penso ai malati e agli anziani. Non compaiono mai nei mass media, al pari dei contadini e dei piccoli agricoltori che continuano a coltivare la terra per produrre cibo senza distruggere la natura, senza accaparrarsene i frutti o speculare sui bisogni vitali della gente. Vorrei che sapeste che il nostro Padre celeste vi guarda, vi apprezza, vi riconosce e vi sostiene nella vostra scelta.
Quanto è difficile rimanere a casa per chi vive in una piccola abitazione precaria o per chi addirittura un tetto non ce l’ha. Quanto è difficile per i migranti, per le persone private della libertà o per coloro che si stanno liberando di una dipendenza. Voi siete lì, presenti fisicamente accanto a loro, per rendere le cose meno difficili e meno dolorose. Me ne congratulo e vi ringrazio di cuore. Spero che i governi comprendano che i paradigmi tecnocratici (che mettano al centro lo Stato o il mercato) non sono sufficienti per affrontare questa crisi o gli altri grandi problemi dell’umanità. Ora più che mai, sono le persone, le comunità e i popoli che devono essere al centro, uniti per guarire, per curare e per condividere.
So che siete stati esclusi dai benefici della globalizzazione. Non godete di quei piaceri superficiali che anestetizzano tante coscienze, eppure siete costretti a subirne i danni. I mali che affliggono tutti vi colpiscono doppiamente. Molti di voi vivono giorno per giorno senza alcuna garanzia legale che li protegga: venditori ambulanti, raccoglitori, giostrai, piccoli contadini, muratori, sarti, quanti svolgono diversi compiti assistenziali. Voi, lavoratori precari, indipendenti, del settore informale o dell’economia popolare, non avete uno stipendio stabile per resistere a questo momento… e la quarantena vi risulta insopportabile. Forse è giunto il momento di pensare a una forma di retribuzione universale di base che riconosca e dia dignità ai nobili e insostituibili compiti che svolgete; un salario che sia in grado di garantire e realizzare quello slogan così umano e cristiano: nessun lavoratore senza diritti.
Vorrei inoltre invitarvi a pensare al “dopo”, perché questa tempesta finirà e le sue gravi conseguenze si stanno già facendo sentire. Voi non siete dilettanti allo sbaraglio, avete una cultura, una metodologia, ma soprattutto quella saggezza che cresce grazie a un lievito particolare, la capacità di sentire come proprio il dolore dell’altro. Voglio che pensiamo al progetto di sviluppo umano integrale a cui aneliamo, che si fonda sul protagonismo dei popoli in tutta la loro diversità, e sull’accesso universale a quelle tre T per cui lottate: “tierra, techo y trabajo” (terra – compresi i suoi frutti, cioè il cibo –, casa e lavoro). Spero che questo momento di pericolo ci faccia riprendere il controllo della nostra vita, scuota le nostre coscienze addormentate e produca una conversione umana ed ecologica che ponga fine all’idolatria del denaro e metta al centro la dignità e la vita. La nostra civiltà, così competitiva e individualista, con i suoi frenetici ritmi di produzione e di consumo, i suoi lussi eccessivi e gli smisurati profitti per pochi, ha bisogno di un cambiamento, di un ripensamento, di una rigenerazione. Voi siete i costruttori indispensabili di questo cambiamento ormai improrogabile; ma soprattutto voi disponete di una voce autorevole per testimoniare che questo è possibile. Conoscete infatti le crisi e le privazioni… che con pudore, dignità, impegno, sforzo e solidarietà riuscite a trasformare in promessa di vita per le vostre famiglie e comunità.
Continuate a lottare e a prendervi cura l’uno dell’altro come fratelli. Prego per voi, prego con voi e chiedo a Dio nostro Padre di benedirvi, di colmarvi del suo amore, e di proteggervi lungo il cammino, dandovi quella forza che ci permette di non cadere e che non delude: la speranza. Per favore, anche a voi pregate per me, che ne ho bisogno.

Fraternamente

Città del Vaticano, 12 aprile 2020, Domenica di Pasqua

venerdì 10 aprile 2020

Una Quaresima che non dimenticheremo...


La Quaresima è un tempo favorevole per cambiare strada, convertirsi, cambiare il cuore.

Il profeta  Ezechiele  al capitolo 36 :
Vi prenderò dalle nazioni, vi radunerò da ogni terra e vi condurrò sul vostro suolo. Vi aspergerò con acqua pura e sarete purificati; io vi purificherò da tutte le vostre impurità e da tutti i vostri idoli; vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne.

Mai come in questa quaresima, si sente questa “necessità” di cambiamento, forzato è vero, ma un cambiamento ha sempre una grande forza motrice per smuovere
Abbiamo il tempo di guardarci dentro, e poi alzare lo sguardo verso l’altro. L’altro sofferente, terrorizzato, solo.
La paura che questo terribile virus (Covid 19) possa bussare alla porta di casa nostra. Rimaniamo sgomenti davanti alle immagini che scorrono sui social, alla Tv, alle cifre che ogni giorno il bollettino aggiorna.

Ieri  giovedì santo il Vangelo di Giovanni capitolo 13 spiega il gesto d’amore che Gesù compie, un gesto che anche i discepoli faticano a comprendere.

Quando ebbe lavato loro i piedi, riprese le sue vesti, sedette di nuovo e disse loro: «Capite quello che ho fatto per voi? Voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi».  

La chiesa deve custodire la PRESENZA del Signore, non il ricordo.

La custodia!
In questi giorni così terribili, ho visto uomini donne, che custodivano, si prendevano cura  del corpo, della mente e praticavano la carità.

Custodire il corpo:
Possiamo rendere onore, merito e gratitudine ai medici, infermieri e personale ospedaliero per la cura del corpo e non solo, dei nostri fratelli ammalati.

Custodire la mente:
Possiamo rendere onore, merito e gratitudine, a insegnanti,personale delle scuole, che attraverso i media,  hanno alimentato la mente di chi costretto a casa, ad usare comprensione, impegnandoli a misurare le ansie, le paure.

Praticare  la carità:
Possiamo rendere onore, merito e gratitudine, a tutti coloro nelle amministrazioni dei comuni, delle province, dello stato, della protezione civile,militare che si sono impegnati e ancora continuano a farlo, a lottare per contenere la pandemia, e aiutare la popolazione a trovare un minimo di normalità nella nostra esistenza.

La solidarietà profusa  dai comuni nell’accogliere i tanti defunti per la cremazioni.
Papa Francesco,e i  sacerdoti che si impegnano nella cura delle anime, e a fare in modo di poter assistere alle celebrazioni in streaming, attraverso social e tv.

Immagini che mai dimenticheremo….

















Novara accoglie le bare da Bergamo




"Signore non lasciarci in balia della tempesta"





martedì 10 marzo 2020

Cambiamenti forzati




“Credo che il cosmo abbia il suo modo di riequilibrare le cose e le sue leggi, quando queste vengono stravolte.
Il momento che stiamo vivendo, pieno di anomalie e paradossi, fa pensare...
In una fase in cui il cambiamento climatico causato dai disastri ambientali è arrivato a livelli preoccupanti, la Cina in primis e tanti paesi a seguire, sono costretti al blocco; l'economia collassa, ma l'inquinamento scende in maniera considerevole. L'aria migliora; si usa la mascherina, ma si respira...
In un momento storico in cui certe ideologie e politiche discriminatorie, con forti richiami ad un passato meschino, si stanno riattivando in tutto il mondo, arriva un virus che ci fa sperimentare che, in un attimo, possiamo diventare i discriminati, i segregati, quelli bloccati alla frontiera, quelli che portano le malattie. Anche se non ne abbiamo colpa. Anche se siamo bianchi, occidentali e viaggiamo in business class.
In una società fondata sulla produttività e sul consumo, in cui tutti corriamo 14 ore al giorno dietro a non si sa bene cosa, senza sabati nè domeniche, senza più rossi del calendario, da un momento all'altro, arriva lo stop.
Fermi, a casa, giorni e giorni. A fare i conti con un tempo di cui abbiamo perso il valore, se non è misurabile in compenso, in denaro.
Sappiamo ancora cosa farcene?

In una fase in cui la crescita dei propri figli è, per forza di cose, delegata spesso a figure ed istituzioni altre, il virus chiude le scuole e costringe a trovare soluzioni alternative, a rimettere insieme mamme e papà con i propri bimbi. Ci costringe a rifare famiglia.
In una dimensione in cui le relazioni, la comunicazione, la socialità sono giocate prevalentemente nel "non-spazio" del virtuale, del social network, dandoci l'illusione della vicinanza, il virus ci toglie quella vera di vicinanza, quella reale: che nessuno si tocchi, niente baci, niente abbracci, a distanza, nel freddo del non-contatto.

Quanto abbiamo dato per scontato questi gesti ed il loro significato?
In una fase sociale in cui pensare al proprio orto è diventata la regola, il virus ci manda un messaggio chiaro: l'unico modo per uscirne è la reciprocità, il senso di appartenenza, la comunità, il sentire di essere parte di qualcosa di più grande di cui prendersi cura e che si può prendere cura di noi. La responsabilità condivisa, il sentire che dalle tue azioni dipendono le sorti non solo tue, ma di tutti quelli che ti circondano. E che tu dipendi da loro.

Allora, se smettiamo di fare la caccia alle streghe, di domandarci di chi è la colpa o perché è accaduto tutto questo, ma ci domandiamo cosa possiamo imparare da questo, credo che abbiamo tutti molto su cui riflettere ed impegnarci.

Perchè col cosmo e le sue leggi, evidentemente, siamo in debito spinto.
Ce lo sta spiegando il virus, a caro prezzo."

F. Morelli