mercoledì 31 gennaio 2018

Don Bosco

Giovanni Melchiorre Bosco, meglio noto come don Bosco (Castelnuovo d'Asti, 16 agosto 1815– Torino, 31 gennaio 1888), è stato un presbitero e pedagogo italiano, fondatore delle congregazioni dei Salesiani e delle Figlie di Maria Ausiliatrice. È stato canonizzato da papa Pio XI, nel 1934.

È considerato uno dei santi sociali torinesi.




SAN GIOVANNI BOSCO, STORIA DI UN PADRE E MAESTRO DELLA GIOVENTÙ

 Ebbe UNA STORIA FAMILIARE DIFFICILE

Il 25 ottobre 1835, a vent’anni entrò nel seminario di Chieri rimanendovi sei anni e il 5 giugno 1841 era ordinato sacerdote. Subito dopo, su consiglio di san Giuseppe  Cafasso, passò al Convitto Ecclesiastico di Torino per perfezionarsi in teologia morale e prepararsi al ministero.
E nell’attigua chiesa di san Francesco d’Assisi l’8 dicembre di quello stesso anno cominciò il suo apostolato facendo amicizia con un giovane muratore, Bartolomeo Garelli, che era stato maltrattato dal sacrista perché non sapeva servire la messa.
Don Bosco gli fece recitare un’Ave Maria e lo invitò a tornare da lui con i suoi amici.
Nacque così l’oratorio. Inizialmente, le riunioni avvenivano nell’Ospedaletto di santa Filomena per bambine disabili, che si stava costruendo a Valdocco per iniziativa della Serva di Dio Giulia Colbert, marchesa di Barolo, perché don Bosco era stato assunto dalla marchesa come secondo cappellano del “Rifugio”, una struttura realizzata da lei per favorire il reinserimento nella società di ex detenute e per salvare dalla strada le ragazze a rischio.
Una stanza dell’Ospedaletto fu trasformata in cappella e dedicata a san Francesco di Sales, di cui la marchesa aveva fatto dipingere l’immagine su una parete. L’oratorio, superate diverse traversie, trovò poi la sua sede definitiva a poche centinaia di metri, sempre a Valdocco, nell’aprile 1846: ad esso col tempo si sarebbe aggiunto un internato per studenti e artigiani, mentre nel 1852 sarebbe stata benedetta la chiesa dedicata s san Francesco di Sales.
 Qualche anno dopo sarebbe nata la Congregazione Salesiana al servizio della gioventù, che avrebbe raggiunto uno sviluppo incredibile in Italia e all’estero.


La casa natale di Don Bosco ai Becchi



Targa, a Valdocco, in ricordo di Mamma Margherita.


 Giovanni Bosco Studiò a Chieri, a pochi chilometri da Torino. Tra le belle chiese di Chieri Santa Maria della Scala (il duomo) fu la più frequentata da Giovanni Bosco,ogni giorno, mattino e sera. Pregando e riflettendo davanti all’altare della Cappella della Madonna delle Grazie egli decise il suo avvenire. A 19 anni voleva farsi religioso francescano. “Informato della decisione, il parroco di Castelnuovo, don Dassano, avvertì Mamma Margherita con queste parole molte esplicite: “Cercate di allontanarlo da questa idea. Voi non siete ricca e siete avanti negli anni. Se vostro figlio va in convento, come potrà aiutarvi nella vostra vecchiaia?”.Mamma Margherita si mise addosso uno scialle nero, scese a Chieri e parlò a Giovanni:
“Il parroco è venuto a dirmi che vuoi entrare in convento. Sentimi bene. Io voglio che tu ci pensi e con calma. Quando
avrai deciso, segui la tua strada senza guardare in faccia nessuno. La cosa più importante è che tu faccia la volontà del Signore. Il parroco vorrebbe che io ti facessi cambiare idea, perché in avvenire potrei avere bisogno di te. Ma io ti dico. In queste cose tua madre non c’entra.Dio è prima di tutto.Da te io non voglio niente, non mi aspetto niente. Io sono nata povera, sono vissuta povera, e voglio morire povera. Anzi, te lo voglio subito dire: se ti facessi prete e per disgrazia diventassi ricco non metterò mai più piede in casa tua. Ricordatelo bene”.
Giovanni Bosco quelle parole non le avrebbe dimenticate mai. Dopo molta preghiera, ed essersi consultato con amici e con il suo confessore Don Giuseppe Cafasso, entrò in seminario per gli studi della teologia.  Fu poi ordinato sacerdote a Torino nella chiesa dell’Immacolata Concezione il 5 giugno del 1841. Don Bosco prese con fermezza tre propositi: “Occupare rigorosamente il tempo. Patire, fare, umiliarsi in tutto e sempre quando si tratta di salvare le anime. La carità e la dolcezza di San Francesco di Sales mi guideranno in ogni cosa”.
Venuto a Torino, fu subito colpito dallo spettacolo di centinaia di ragazzi e giovani allo sbando, senza guida e lavoro: volle consacrare la sua vita per la loro salvezza.
Ispirato dalle notizie riguardanti Don Giovanni Cocchi, che pochi anni prima di lui aveva tentato di radunare all'interno di un Oratorio i ragazzi disagiati di Torino, Giovanni Bosco decise di scendere per le strade della sua città e osservare in quale stato di degrado fossero i giovani del tempo. Incontrò così i ragazzi che, sulla piazza di Porta Palazzo, cercavano in tutte le maniere di procurarsi un lavoro. Di questi giovani molti erano scartati perché poco robusti e in poco tempo destinati a finire sottoterra. Le statistiche confermano che in quel tempo ben 7184 fanciulli sotto i dieci anni erano impiegati nelle fabbriche.
In piazza San Carlo, Don Bosco poteva conversare con i piccoli spazzacamini, di circa sette o otto anni, che gli raccontavano il loro mestiere e i problemi da esso generati. Erano molto rispettosi nei confronti del sacerdote che li difendeva molto spesso contro i soprusi dei lavoratori più grandi che tentavano di derubarli del misero stipendio.
Insieme a Don Cafasso cominciò a visitare anche le carceri e inorridì di fronte al degrado nel quale vivevano giovani dai 12 ai 18 anni, rosicchiati dagli insetti e desiderosi di mangiare anche un misero tozzo di pane. Dopo diversi giorni di antagonismo, i carcerati decisero di avvicinarsi al sacerdote, raccontandogli le loro vite e i loro tormenti. Don Bosco sapeva che quei ragazzi sarebbero andati alla rovina senza una guida e quindi si fece promettere che, non appena essi fossero usciti di galera, lo avrebbero raggiunto alla chiesa di San Francesco.
L'8 dicembre 1841 incontrò, prima di celebrare Messa, Bartolomeo Garelli nella sacrestia della chiesa di San Francesco d'Assisi. Questi fu il primo ragazzo che si unì al suo gruppo. Don Bosco aveva deciso così di radunare intorno a sé tutti i ragazzi degradati della zona, dai piccoli spazzacamini agli ex detenuti. Fondamenti della sua futura attività erano tre: l'amicizia con i giovani (che molto spesso erano orfani senza famiglia), l'istruzione e l'avvicinamento alla Chiesa. La sera di quello stesso giorno, Giovanni fece amicizia anche con i tre fratelli Buzzetti, provenienti da Caronno Varesino, che si erano addormentati durante la sua predica.
Quattro giorni dopo, durante la messa domenicale, erano presenti Bartolomeo Garelli insieme a un nutrito gruppo di amici e i fratelli Buzzetti, con seguito di compaesani. Quello sarebbe stato il primitivo gruppo che avrebbe dato il via all'Oratorio di Don Bosco. Già poco tempo dopo il gruppo era talmente numeroso che il sacerdote chiese l'assistenza di tre giovani preti: don Carpano, don Ponte, don Trivero. Anche alcuni ragazzi di media cultura si avvicinarono a Don Bosco, aiutandolo a tenere a bada i ragazzi più impulsivi e ribelli.
Nella primavera del 1842, al ritorno dal paese, i fratelli Buzzetti conducevano con loro il più piccolo, Giuseppe, che si affezionò molto a Don Bosco e decise, in età adulta, di seguire la via del sacerdozio, divenendo così suo braccio destro nella gestione del futuro ordine salesiano.


Don Bosco in mezzo ad alcuni allievi di una scuola corale e strumentale




Il sistema preventivo
L’ideale del buon cristiano e dell’onesto cittadino rimarrà sempre la meta dell’impianto metodologico di Don Bosco, nella molteplicità dei contenuti, dei processi e dei mezzi educativi. Se da una parte si richiede all’educatore serietà di impegno, dall’altra egli deve operare in un clima d’amore. Il punto d’incontro delle dinamiche educative si trova nel concetto della comunità-famiglia. Gli educatori, infatti, come padri amorosi devono parlare ai giovani, dare consigli e correggere amorevolmente. “Fate conto che quanto io sono, sono tutto per voi, giorno e notte, mattino e sera, in qualunque momento. Io non ho altra mira che di procurare un vostro vantaggio morale, intellettuale e fisico. Ma per riuscire in questo ho bisogno del vostro aiuto. Io non voglio che mi consideriate tanto come vostro superiore quanto come vostro amico”. Espressione dell'amorevolezza e dello spirito di famiglia è, dunque, la gioia, che però è frutto di religiosità interiore e spontanea. Don Bosco comprende l’esigenza più profonda del giovane è la gioia, la libertà, il gioco; d’altra parte è convinto che il cristianesimo sia la più sicura fonte di felicità. Creava perciò un ambiente ricco e vario, ma denso di spiritualità. Diceva: ”Ricordatevi che l’educazione è cosa di cuore e che Dio solo ne è il padrone. In ogni giovane, anche il più disgraziato havvi un punto accessibile al bene; dovere primo dell’educatore è cercare questo punto, questa corda sensibile e trarne profitto”. Don Bosco affascina i ragazzi che si sentono trascinati ad essere come lui. “L’educazione è cosa di cuore: tutto il lavoro parte da qui, e se il cuore non c’è, il lavoro è difficile e l’esito è incerto. Che i giovani non solo siano amati, ma che essi stessi conoscano di essere amati”. Gli educatori di Don Bosco, quindi, devono amare ciò che piace ai giovani: in questo modo i giovani ameranno ciò che piace ai superiori. Bisogna che si rompa la barriera della diffidenza, perché senza familiarità non vi può essere confidenza e quindi educazione. L’amorevolezza si esterna “in parole, atti e perfino nell’espressione degli occhi e del volto”. Per guadagnarsi il cuore dei giovane bisogna presentarsi davanti a loro con l’autorevolezza della persona che è credibile, che ispira fiducia, che suscita corrispondenza d’amore. Persino nella punizione il giovane deve percepire il linguaggio del cuore, che deve avere equilibrio, tratto umano, sensibilità, comunicatività. Il metodo di Don Bosco richiede, quindi, massima attenzione alla sensibilità giovanile e alle sue esigenze e potenzialità.
Il Sistema Preventivo richiede, infine, sforzo metodico di presenza personale e amichevole tra i giovani, che stimola, guida la maturazione del giovane: una presenza capace di diventare coinvolgimento educativo. L’educatore deve presentarsi senza maschere, per quello che è, amico tra amici. L’autenticità interiore,la congruenza tra la nostra esperienza e il messaggio da comunicare non potrà mai tradire. L’educatore nel condividere la vita dei giovani deve essere pronto ad affrontare ogni fatica. Da tutto ciò scaturisce la ricchezza e la bellezza del Sistema Preventivo, attuale e vivo più che mai davanti alle emergenze educative e alle nuove sfide del terzo millennio.

Mi sovviene alla mente, ciò che sta accadendo nelle  nostre città,  riguardo  gang di minorenni e non, “i bulli”.  Che creano terrore, e sconcerto in noi, e molti ragazzi vittime indifese, san Giovanni Bosco che amava così tanto i ragazzi e i giovani sicuramente suggerirebbe il suo metodo preventivo: “Correggere con amore”

Chissà se qualcuno vorrà raccogliere questo esempio?


5 commenti:

  1. Per aiutare diversi ragazzi di oggi servirebbe veramente un santo.
    Ciao Dani.

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  2. Risposte
    1. Davvero grande, grazie Audrey.
      Un caro saluto.
      Dani

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  3. fa piacere che lo abbia ricordato
    sono un ex allievo salesiano.
    Negli anni settanta ero nel collegio di Firenze questa ricorrenza è stata da quei giorni sempre festeggiata. Due cari amici un o a Torino e l'altro di Roma sono due fratelli sacerdoti salesiani, pensa

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