lunedì 22 gennaio 2018

Cuore pensante




Etty Hillesum è morta ad Auschwitz sul finire del 1943, a ventinove anni. I suoi auspici si sono realizzati, perché i sopravvissuti hanno raccontato ciò che lei ha sintetizzato in un paio di righe: "Un pezzo di storia com'è ora e come non è mai stato in passato, non in questa forma totalitaria, organizzata per grandi masse, estesa all'Europa intera". Il diario è stato salvato e trasformato in testimonianza. Dopo la pubblicazione nel 1981, viene ora proposto nella versione integrale.




All’inizio di questo Diario, Etty è una giovane donna di Amsterdam, intensa e passionale. Legge Rilke, Dostoevskij, Jung. È ebrea, ma non osservante. I temi religiosi la attirano, e talvolta ne parla. Poi, a poco a poco, la realtà della persecuzione comincia a infiltrarsi fra le righe del diario. Etty registra le voci su amici scomparsi nei campi di concentramento, uccisi o imprigionati. Un giorno, davanti a un gruppo sparuto di alberi, trova il cartello: «Vietato agli ebrei». Un altro giorno, certi negozi vengono proibiti agli ebrei. Un altro giorno, gli ebrei non possono più usare la bicicletta. Etty annota: «La nostra distruzione si avvicina furtivamente da ogni parte, presto il cerchio sarà chiuso intorno a noi e nessuna persona buona che vorrà darci aiuto lo potrà oltrepassare». Ma, quanto più il cerchio si stringe, tanto più Etty sembra acquistare una straordinaria forza dell’anima. Non pensa un solo momento, anche se ne avrebbe l’occasione, a salvarsi. Pensa a come potrà essere d’aiuto ai tanti che stanno per condividere con lei il «destino di massa» della morte amministrata dalle autorità tedesche. Confinata a Westerbork, campo di transito da cui sarà mandata ad Auschwitz, Etty esalta persino in quel «pezzetto di brughiera recintato dal filo spinato» la sua capacità di essere un «cuore pensante». Se la tecnica nazista consisteva innanzitutto nel provocare l’avvilimento fisico e psichico delle vittime, si può dire che su Etty abbia provocato l’effetto contrario. A mano a mano che si avvicina la fine, la sua voce diventa sempre più limpida e sicura, senza incrinature. Anche nel pieno dell’orrore, riesce a respingere ogni atomo di odio, perché renderebbe il mondo ancor più «inospitale». La disposizione che ha Etty ad amare è invincibile. Sul diario aveva annotato: «“Temprato”: distinguerlo da “indurito”». E proprio la sua vita sta a mostrare quella differenza.

L'abisso del male e del suo mostruoso crescendo, del quale è vittima consapevole, non le fa mai perdere l'istinto civile, la consapevolezza che all'odio non si replica con l'odio: "Se uno delle SS dovesse prendermi a calci fino alla morte, alzerei gli occhi per guardarlo in viso e chiederei per puro interesse nei confronti dell'umanità: mio Dio, ragazzo, che cosa mai ti è capitato nella vita di tanto terrificante da spingerti a simili azioni?". Tale doloroso disorientamento non fa tuttavia di lei un'eroina inerme e timida. Etty è donna ricca di contraddizioni, di passioni intense di carne e spirito, di amore per gli altri: "Desidero ancora perdermi in ogni cosa e in tutti; è la sensazione di voler vivere in armonia con tutto quello che esiste". Etty rammenta l'interrogatorio da parte di un infelice ragazzo della Gestapo che si mette ad urlare contro di lei: " Il fatto storico è che io non ne provassi sdegno; anzi, che mi facesse pena, tanto che avrei voluto chiedergli: " Hai avuto una giovinezza così triste o sei stato tradito dalla tua ragazza?".






Un brano del diario di Etty Hillesum

"Non sono i fatti che contano nella vita, conta solo ciò che grazie ai fatti si diventa"
[...]
Credo in Dio e negli uomini e oso dirlo senza falso pudore. La vita è difficile ma non è grave: dobbiamo cominciare a prendere sul serio il nostro lato serio, il resto verrà da sé. Una pace futura potrà essere veramente tale solo se prima sarà stata trovata da ognuno in se stesso; se ogni uomo si sarà liberato dall'odio contro il prossimo, di qualunque razza o popolo; se avrà superato quest'odio e l'avrà trasformato in qualcosa di diverso, forse alla lunga in amore, se non è chiedere troppo. E' l'unica soluzione possibile. È quel pezzettino d'eternità che ci portiamo dentro. Sono una persona felice e lodo questa vita, nell'anno del Signore 1942, l'ennesimo anno di guerra.
Le mie battaglie le combatto contro di me, contro i miei proprio demoni: ma combattere in mezzo a migliaia di persone impaurite, contro fanatici furiosi e gelidi che vogliono la nostra fine, no, questo non è proprio il mio genere. Non ho paura, non so, mi sento così tranquilla. Mi sento in grado di sopportare il pezzo di storia che stiamo vivendo, senza soccombere. Mi sembra che si esageri nel temere per il nostro corpo. Lo spirito viene dimenticato, s'accartoccia e avvizzisce in qualche angolino. Viviamo in un modo sbagliato, senza dignità. Io non odio nessuno, non sono amareggiata: una volta che l'amore per tutti gli uomini comincia a svilupparsi in noi, diventa infinito.
Bene, io accetto questa nuova certezza: vogliono il nostro totale annientamento. Ora lo so: Continuo a lavorare e a vivere con la stessa convinzione e trovo la vita ugualmente ricca di significato, anche se non ho quasi più il coraggio di dirlo quando mi trovo in compagnia.
La vita e la morte, il dolore e la gioia e persecuzioni, le vesciche ai piedi e il gelsomino dietro la casa, le innumerevoli atrocità, tutto, tutto è in me come un unico, potente insieme e come tale lo accetto e comincio a capirlo sempre meglio.
Un'altra cosa ancora dopo quella mattina: la mia consapevolezza di non essere capace di odiare gli uomini malgrado il dolore e l'ingiustizia che ci sono al mondo, la coscienza che tutti questi orrori non sono come un pericolo misterioso e lontano al di fuori di noi, ma che si trovano vicinissimi e nascono dentro di noi: e perciò sono meno più familiari e assai meno terrificanti. Quel che fa paura è il fatto che certi sistemi possono crescere al punto da superare gli uomini e da tenerli stretti in una morsa diabolica, gli autori come le vittime.




Chi è il Dio della Hillesum, si può domandare, è quello dei suoi padri, o il Dio cristiano, o quale altro? C’è un passo, nel Diario, in cui Etty racconta come una sera, leggendo la Lettera sulla carità di san Paolo ai Corinzi, quella parola agisca su di lei come la bacchetta di rabdomante, e la costringa fisicamente a cadere in ginocchio («spinta a terra da qualcosa di più forte di me»). In ginocchio lei, che si definisce «la ragazza che non sapeva inginocchiarsi»; lei che, ebrea, a questo gesto non era stata educata. Un passo fondamentale, che singolarmente nelle prime parziali traduzioni dei libri della Hillesum in italiano per l’editore Adelphi non compariva. Il che ci dice qualcosa dello strano destino degli scritti di questa donna singolare: laica, all’inizio, ma poi credente; ebrea di nascita, ma poi fortemente attratta dal Vangelo.






Il 7 settembre 1943 la famiglia Hillesum sale su un treno diretto in Polonia. Durante il viaggio Etty riesce a gettare un biglietto indirizzato ad un'amica ed è l'ultimo scritto di Esther. Verrà ritrovato lungo la linea ferroviaria e spedito.
I genitori di Esther muoiono qualche giorno dopo la partenza, non è chiaro se durante il tragitto o al loro arrivo uccisi in una camera a gas.
Etty muore ad Auschwitz il 30 novembre 1943.
Stessa sorte per suo fratello Mischa, il 31 marzo 1944.
Jaap Hillesum, deportato a Bergen Belsen nel febbraio 1944, muore il 27 gennaio 1945 sul treno che liberava i prigionieri del campo, vittima probabilmente di un’epidemia di tifo.



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