lunedì 18 settembre 2017

Una donna



CATERINA DA SIENA : PRIMA DONNA DOTTORE DELLA CHIESA

Il 4 ottobre 1970 Paolo VI  proclamava ufficialmente che S. Caterina da Siena era annoverata tra i Santi dottori della Chiesa Cattolica : il termine dottore veniva ricondotto alla sua origine latina, ductor, cioè guida mediante la dottrina.
Il nuovo titolo attribuito alla Santa, già co-patrona d’Italia e successivamente co-patrona d’Europa, era il riconoscimento dell’ortodossia della sua dottrina e del suo apostolato sapienziale. I suoi scritti, il Dialogo, le 381 lettere e le 26 Orazioni, costituiscono “un corpo dottrinale che è insieme dogma e morale, sociologia e psicologia, mistica e pedagogia”.
La lettura degli scritti cateriniani ci pone in presenza “di una bellezza e di una profondità che danno al cuore quasi la stessa gioia che dà un brano del Vangelo o di una lettera di S. Paolo”. Lo storico francese Louis Canet osserva : “Il messaggio iniziale, la buona novella di Gesù Cristo non ha subito in lei alcuna trasformazione snaturante, alcuna falsificazione. Nei suoi scritti (il messaggio evangelico) brilla nello splendore della sua purezza primitiva”. Dio è amore e chiunque dimora nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui.

A Caterina viene spesso riferito il termine “illetterata” : questo termine non equivale ad ignorante : le sue pagine sono tra le più belle della nascente letteratura italiana. I biografi riferiscono che Caterina imparò a leggere tardi e ancora più tardi, sui trent’anni a scrivere.
Cosa che non deve stupire : l’analfabetismo era la condizione della gran massa del “popolo” e anche molti esponenti della classe feudale si servivano di scrivani. Ma ogni pagina  rivela la presenza di un vasto patrimonio culturale sacro che va dalla Bibbia ad opere di suoi contemporanei, unito ad una salda e limpida formazione teologica. Questa cultura è attinta dall’ambiente in cui la Santa si forma nella sua adolescenza, prevalentemente ispirata dal pensiero domenicano; e più tardi da quello del cenacolo che si riuniva intorno a lei, comprendente uomini e donne di vasta cultura. Ma la componente fondamentale della sapienza cateriniana è e rimarrà sempre la dottrina “infusa”in lei dall’unico vero Maestro, la “prima dolce verità”.
Nel 1376 i fiorentini le chiesero di intercedere presso il Papa, con il quale c’erano stati motivi di disaccordo per motivi di tasse e di alleanze politiche. Caterina andò dunque come ambasciatrice di pace ad Avignone con alcune sue discepole, un altare portatile e tre confessori al seguito. Al papa Gregorio XI disse: “Otterrete di più col bastone della benignità che col bastone della guerra”. E fu così che il papa, convinto da Caterina, il 13 settembre 1376 lasciò definitivamente Avignone per fare rientro a Roma, come Caterina lo aveva implorato.

 Santa Caterina da Siena implora papa Gregorio XI di ritornare a Roma

Opera di Giovanni di Paolo

Il papa arrivò a Roma il 17 gennaio 1377, ma poco dopo morì. Naturalmente questa rientro comportò subito dopo un’aspra lotta fra papato e cardinali francesi, che volevano mantenere la corte papale in Francia. Di questo problema politico e diplomatico si occupò ancora Caterina, chiamata l’anno successivo a Roma dal successore di Gregorio XI, papa Urbano VI, per aiutarlo a risanare lo scisma occidentale che si era venuto a creare. Urbano VI era un papa con qualche squilibrio mentale, violento, ostinato; i Francesi però avevano nel frattempo eletto l’antipapa Clemente VII e la Chiesa romana, per sopravvivere, doveva essere difesa con una militanza energica, che Caterina generosamente elargì, malgrado le personali delusioni.

Estasi di Santa Caterina





C'è una pagina, stupenda e terribile, in cui tutto ciò appare evidente: è la Lettera 273, a frate Raimondo da Capua, divulgata da tutte le antologie.
Siamo nel 1377. Niccolò di Toldo, un gentiluomo perugino, viene condannato a morte dai magistrati senesi, con l'accusa di spionaggio «per alcuna parola che incautamente avea detta che toccava lo Stato». Narra un testimone: «Per la prigione egli andava come uomo disperato, non volendosi confessare, né udire né frate né prete che li dicesse cosa che appartenesse alla sua salute. Alfine fu mandato per questa vergine, la quale con grandissima carità l'andò a trovare in prigione».

La Lettera 273

Quello che accadde lo racconta lei stessa nella Lettera.

La prima parte costituisce una sorta di premessa a quella che sarà la scena culminante. A frate Raimondo, «padre» inquanto sacerdote confessore e «figliuolo» in quanto discepolo, Caterina esprime il desiderio di vederlo perdersi per ritrovarsi, annegandosi umilmente nel sangue di Cristo. Dal costato del «dolce Agnello svenato» sgorga il sangue del sacrificio redentivo, «Intriso col fuoco dell'ardentissima carità sua». S'istituisce così quel binomio sangue-fuoco (fusi in una purificante fornace) che attraversa tutto il testo: quel costato è una bottiglia («bottiga») in cui entra il nostro peccato e ne esce mutato, tanto da diventare «odorifero»; quel cuore squarciato è una «botte» (si allude alla transustanziazione del vino in sangue di Cristo) da cui sgorga un'ineffabile dolcezza, cui attingere abbondantemente per poi condividerla coi fratelli.
Commenta Giovanni Testori, uno scrittore consentaneo (come lo era stato a inizio '900, il senese Federigo Tozzi): «Caterina è come una lama che ha ferito i secoli; li ha trapassati ed è arrivata qui fino a noi, lorda ancora di sangue; un sangue, quello di Cristo e quello di tutti gli esseri viventi, che non le ha mai dato requie; anche se fu l'origine della sua sola, reale pace; e requie». E aggiunge che questa Lettera è proprio «la più implacabile e, per naturale contrappasso, la più placante; almeno una volta che la si sia attraversata o che se ne sia lasciati attraversare». Ma questo non è immediato. Confessa un giovane scrittore, Luca Doninelli, che attorno a questa pagina ha costruito il suo libro d'esordio: «La prima volta che lessi la lettera, ne fui quasi disgustato. Provai ribrezzo per quel sangue». Ma poi comprende: «Era proprio di quel sangue che io avevo bisogno per trovare il volto della mia vita».
Nella parte centrale del testo Caterina racconta l'incontro con Niccolò, che - da lei confortato - si confessa, si comunica, accorda la propria volontà col disegno di Dio. Ha un solo timore: non avere più questa forza in punto di morte. «Ma la smisurata bontà di Dio lo ingannò...».
Commenta Mario Pazzaglia: «L'"inganno" di Dio consiste nel suscitare nel cuore del giovane il desiderio affettuoso della presenza di Caterina, creatura umana che con la sua ardente carità diviene l'espressione sensibile della misericordia e dell'amore divino. Attraverso questo affetto ancora umano, ma purissimo, il giovane riceve la rivelazione di un amore più grande... Dio gli si rivela attraverso la presenza di lei».
Attraverso l'umano: questo è il metodo che Dio ha scelto per rivelarsi all'uomo; attraverso un'intensa affezione si perviene alla chiarezza della ragione. Ciò che rende Niccolò «tutto gioioso e forte», ciò che muta la «tristizia in letizia» è la certezza che lei - «la dolcezza dell'anima mia» - sarà lì ad attenderlo sul patibolo (che - grazie a lei - il condannato giunge a chiamare «luogo santo»!).
Caterina rende concretamente presente il Signore a lui, così come la Madonna e santa Caterina d'Alessandria sono realmente una «presenzia» per lei.
Ugualmente reale è il dialogo in cui la giovane «costringe» Maria a fare la grazia (che Niccolò sperimenti nell'attimo supremo la luce, la pace e la visione di Dio, fine ultimo); e la Madonna promette: di qui una commozione tale che la Santa non vede più neanche la folla di curiosi che eran lì per l'esecuzione. 
Nel sangue di Cristo

Niccolò giunge «come agnello mansueto» (sempre più simile all'Agnello) e si fa fare da lei il segno della croce; un attimo prima di morire «la bocca sua non diceva se non Gesù e Caterina»: la meta ultima in cui riporre tutta la propria speranza, e lo strumento venerabile attraverso cui, per grazia, gli era stato dato di riconoscerla.
La Santa, mentre riceve la testa del decapitato, tiene gli occhi fissi sulla bontà di Dio e dice quel tremendo «Io voglio!».
E vede: Cristo, nell'unione ipostatica di Dio e Uomo, accoglie attraverso la soglia del costato - «bottiga aperta» -, il «desiderio santo» di Niccolò.
Sangue nel sangue, fuoco nel fuoco. Il sangue del giovane «valeva» perché versato in memoria del sangue di Cristo. E l'anima di Niccolò, prima di varcare la soglia, si volge indietro e fa un inchino a Caterina che l'ha accompagnata, come fa una sposa prima di entrare nella dimora dello Sposo.
Addosso alla Santa rimane quell'«odore di sangue», cioè quel desiderio del martirio e quell'«invidia» per colui che l'ha appena preceduta. Un evento che si pone come «prima pietra» su cui edificare l'opera della «bella brigata». E come pietra di scandalo.

“Bella brigata” così venne chiamato  il “movimento” che si costituisce attorno a Caterina , formato da  artigiani, professionisti, poeti e pittori, religiosi e laici, nobildonne e popolane, nel quale tutti contagiati da lei, imparano un amore totale per Cristo e per la Chiesa. Tra tutti si discute di teologia e di mistica, si legge la Divina Commedia e si studia san Tommaso d'Aquino. Negli anni in cui Petrarca cominciava a pilotare la cultura europea in direzione opposta, permane questa sacca di resistenza in cui ci si aiuta a «prendere ragione» della fede e della  speranza.


Qui, la lettera 

6 commenti:

  1. Una Santa immensa.
    Conosco il suo coraggio. E' veramente la mano di Dio.
    Un abbraccio.

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  2. Che grande mistica e santa.
    sinforosa

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  3. Quanti meravigliosi esempi di vita abbiamo tra i Santi. Se soltanto avessimo loro come punti di riferimento e non i volti della tv!! :-)
    Ciao, buona giornata.

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    Risposte
    1. Non è una cosa semplice, ma la speranza non dispera.
      Grazie Mr. Loto.
      Ciao, buona serata.
      Dani

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