lunedì 28 agosto 2017

La donna tra fragilità e forza




La donna nel Medioevo

La donna in epoca medievale, era assai diversa da quello che forse i pregiudizi, portavano a ritenere.
Le donne erano considerate creature da proteggere dagli altri e da se stesse, moralmente fragili e fisicamente deboli; erano sottoposte alla sorveglianza e alla guida degli uomini del loro “ordine”.
Le bambine dalla nascita al settimo anno venivano lasciate crescere con la madre,e si riteneva che dovessero imparare le formazioni pratiche fondamentali: cucire, tessere, filare, ricamare.
L'educazione femminile era quasi totalmente trascurata e le ragazze vivevano sempre chiuse in casa, fatta eccezione per i momenti in cui accompagnavano la madre nella chiesa parrocchiale.
Si cercava di non lasciare mai del tempo libero alle ragazze, poiché l'ozio era ritenuto un cattivo consigliere. Apparentemente timida e riservata, la ragazza medievale viveva tutta la sua vita in sudditanza, e questo valeva per qualsiasi ceto di appartenenza. E' certo che alcune donne più forti riuscivano a liberarsi, ma in generale la vita che conducevano era assai misera. 
All’età di dodici anni venivano promesse in sposa dai genitori a signori dai sessant’anni in poi con regolare contratto,in cui si stabilivano i beni portati in dote, e la somma che il marito doveva are alla famiglia della sposa. 
La donna poteva ovviamente appartenere a classi differenti, e questo comportava inevitabili differenziazioni.
L’immagine della donna nel Medioevo si può dire che sia il risultato della mentalità maschile. Benché poco visibile socialmente, essa era un’importante intermediaria: con i figli garantiva la riproduzione della stirpe e la trasmissione dei patrimoni accumulati. Nella società  non partecipava alla vita pubblica e le sue mansioni erano relegate alla cura della casa e dei figli. Senza dubbio era ritenuta inferiore all’uomo.
La sua rappresentanza giuridica era esercitata dal padre o dal marito.
La Chiesa e l’aristocrazia, però, creano il culto di due definite tipologie femminili: la Vergine e la dama dell’amor cortese. Solo queste tipologie avevano una superiorità sull’uomo: oltre alla Vergine, che ovviamente è venerata dalla Chiesa e dai credenti, la dama aristocratica diventa la signora del cuore, la padrona dell’amante. Nel torneo il cavaliere serviva la donna eletta con la stessa umiltà con cui il vassallo serviva il signore.







Per quanto riguarda i lavori femminili, nelle botteghe cittadine, verso la fine del Medioevo, si trovavano molte donne lavoratrici: merciaie, venditrici di merletti, guanti, cinture, borse,cappelli, tessitrici di lana, canapa e seta. 
Spesso gli atteggiamenti degli uomini ai lavori femminili era sfavorevole: per esempio nel 1344 i cinturai di Londra stabilirono che nessun artigiano del settore permettesse a una donna di lavorare con lui, a meno che non fosse la moglie o la figlia
Il lavoro in bottega era un “secondo mestiere” che integrava il lavoro a casa. Tra le attività in cui era maggiore la presenza femminile troviamo il commercio nei mercati e la conduzione di locande e osterie. Nelle fonti vengono citate donne impegnate in numerosi lavori in campagna: ad eccezione dell’aratura dei campi, esse erano impegnate nella coltivazione di piselli e fagioli, nella battitura del grano, nella costruzione di covoni, nella tosatura delle pecore, nella raccolta di ortaggi e nella mungitura della mucche.

"E s'ella è fanciulla femina, polla a cuscire e nonne a leggere, ché non istà troppo bene a una femina sapere leggere, se già no la volessi fare monaca…E insegnale tutti i fatti della masserizia di casa…"

Era quello che le donne facevano da secoli e secoli, ognuna nella sua condizione: anche la regina - quando c'era un regno d'Italia e Pavia era la capitale - aveva i suoi compiti precisi per il buon andamento della vita quotidiana a palazzo e le mogli dei grandi signori feudali dovevano anch'esse sorvegliare servi ed ancelle, sovrintendere al guardaroba, alla conservazione delle provviste, alla cucina e, in caso di guerra o di assedio, provvedere all'assistenza dei feriti e dei malati.
La donna nobile, la grande signora feudale, al di là delle mitizzazioni che ne fecero gli ideali cavallereschi, era persona ben concreta, centro di una rete fitta di attività. Essa poteva essere investita di un feudo, poteva possedere delle terre, ed era alla pari con gli uomini in quanto ai diritti e doveri privati; poteva far testamento, stipulare un contratto, citare in giudizio. Una volta sposata, essa perdeva temporaneamente i propri diritti, ma assumeva notevole importanza sociale in quanto capo femminile di una casa.
Una casa feudale non era solo luogo d'abitazione, ma anche luogo di produzione di pane, birra, burro, formaggio, insaccati, tessuti, candele; era luogo di rappresentanza ed anche, noi diremmo, luogo di carità.
Nel Medio Evo vi sono state delle donne importanti che hanno lasciato storie indimenticabili.

Matilde di Canossa



 Marzo 1046 – Bondeno di Roncore, 24 luglio 1115), 
fu contessa, duchessa, marchesa e vicaria imperiale.

Matilde fu una potente feudataria ed ardente sostenitrice del papato  nella lotta per le investiture; personaggio di assoluto primo piano in un'epoca in cui le donne erano considerate di rango inferiore, arrivò a dominare tutti i territori italici a nord dello Stato Pontificio.
Nel 1076 entrò in possesso di un vasto territorio che comprendeva la Lombardia, l'Emilia, la Romagna  e – come duchessa / marchionessa – la Toscana, e che aveva il suo centro a Canossa, nell'Appennino reggiano. Fra il 6 e l'11 maggio 1111 fu incoronata con il titolo di Vicaria Imperiale-Vice Regina d'Italia dall'imperatore Enrico V, presso il Castello di Bianello (Quattro Castella, Reggio Emilia).
La Grancontessa (magna comitissa) Matilde è certamente una delle figure più importanti e interessanti del Medioevo italiano: vissuta in un periodo di continue battaglie, di intrighi e scomuniche, seppe dimostrare una forza straordinaria, sopportando anche grandi dolori e umiliazioni e mostrando un'innata attitudine al comando. La sua fede nella Chiesa del suo tempo le valse l'ammirazione e il profondo amore di tutti i suoi sudditi.

Anna  Comnena




Doveva essere imperatrice, e probabilmente ci saremo dimenticati di lei, mentre la mancata imperatrice è ricordata dai posteri come insigne storiografa, pur scrivendo della sua famiglia e di sé.
Anna Comnena, nacque nel 1083 e morì nel 1150. Figlia primogenita dell’imperatore Alessio I e di Irene Ducas, crebbe alla corte bizantina dove le venne impartita un’ampia e accurata educazione .
Subisce nettamente l’influenza della madre, la coltissima regina Irene e dedica la sua giovinezza allo studio della storia e della filosofia per assecondare il disegno della madre che la vuole erede del trono di Costantinopoli.
Di conseguenza la sua educazione è tesa ad apprendere le sottili arti del governo e della diplomazia nonché le eventuali alleanze con le varie case regnanti.
Giovanissima sposa, si dice per amore, un dignitario, insigne storico, nativo di Adrianopoli, tale Niceforo Briennio che, proprio da Alessio I viene innalzato alla dignità di “cesare” e rimane costantemente a fianco dell’imperatore sino alla sua morte avvenuta nel 1118.
Alla morte del padre, aiutata dalla madre, cercò di salire sul trono di Bisanzio a spese del fratello Giovanni.
La lotta tra i fratelli per la successione fu furibonda e il marito di Anna, Niceforo preferisce allontanarsi per dedicarsi al completamento di una corposa opera storica intitolata “Storia di Bisanzio”.




L’apporto della madre Irene è determinante e la regina usa tutta la sua influenza e il suo potere per consentire alla figlia di salire al trono.
La congiura fallì e Anna venne relegata in un monastero con la madre Irene dove, per temperare il forzato esilio, si dedicò agli studi e alla scrittura.
Scrisse infatti una monumentale opera in prosa, in onore del padre, l’ Alessiade, o più esattamente Opera storica su Alessio Comneno, in quindici libri, che redige la cronaca degli anni dal 1069 al 1118, anno di morte di Alessio I, quasi una prosecuzione dell’opera di Niceforo.
L’opera, vastissima, rappresenta un prezioso documento dell’epoca vissuta in prima persona dall’autrice ed è una preziosa fonte storiografica.
In essa traspare la profonda cultura di Anna che utilizza un personale impasto tra idioma classico e tardo.
Le è riconosciuta una perfetta padronanza stilistica, e spesso i suoi scritti sono pervasi da uno spirito vivace, spesso caustico, talvolta simpaticamente donnesco”, come osserva lo storico Antonio Garzya (1970).
Ovviamente coinvolta in prima persona, nonostante un atteggiamento partigiano agli eventi, Anna riesce a scrivere di storia in modo assolutamente affascinante, quasi sensuale.
Memorabili i ritratti di alcuni personaggi maschili, degli intrighi di palazzo, delle piccole grandi congiure, ma è nella descrizione delle battaglie, degli assedi e dei mezzi di combattimento che Anna dà il meglio di sé.
Dimostra una profonda conoscenza di un mondo crudele, dove le cospirazioni e i complotti sono all’ordine del giorno.
Nel testo si trovano anche annotazioni squisitamente personali, ad esempio apprendiamo che Alessio I era solito giocare a scacchi con i suoi famigliari, in particolare con Anna.
Razionale l’analisi dello scisma d’Oriente provocato dal contrasto tra Michele Cerullario e Leone IX per ottenere il primato delle Chiese latina e greca ( 1054).
Da questo fa discendere la necessità per Alessio I di chiedere l’intervento dei cristiani d’occidente per contrastare l’avanzata dei turchi.
E’ nell’Alessiade che troviamo la descrizione del famoso fuoco greco. Anna infatti scrive, ed è una delle ultime fonti al riguardo, che le navi bizantine utilizzavano quest’arma assolutamente invincibile nelle battaglia navali, lanciavano quella che può essere definita una palla di catrame impregnata di petrolio che continuava a bruciare anche sul pelo dell’acqua, anche se non arriva a confidare la composizione di quest’arma micidiale.
Ma descrivendo una battaglia navale del 1103 di Rodi, fra Bizantini e Pisani, ci descrive il modo di azionare i c.d. sifoni: l’imperatore Alessio I fece posizionare a prua di ogni nave teste di animali in bronzo con le fauci aperte, e il fuoco liquido viene lanciato a mezzo di tubi che passano attraverso le gole di questi animali.
Immaginabile lo sconcerto dei Pisani dell’epoca di fronte a questi animali che eruttano fuoco.
Descrive anche l’uso di cerbottane che lanciavano fuoco contro il viso dei nemici in una battaglia contro i normanni, probabilmente zolfo e resina polverizzata.
Questa era veramente Anna: una tempesta di sentimenti contrastanti e ambizioni spregiudicate, una donna dall’alterigia schiacciante. Una smania di potere indice di forza e sicurezza interiore da un lato, e di fragilità estrema dall'altro.

Santa Ildegarda di Bingen



 (1098-1179)

“La Chiesa ringrazia per tutte le manifestazioni del «genio femminile» apparse nel corso della storia, in mezzo a tutti i popoli e a tutte le nazioni; ringrazia per tutti i carismi che lo Spirito Santo elargisce alle donne nella storia del popolo di Dio, per tutte le vittorie che essa deve alla loro fede, speranza e carità; ringrazia per tutti i frutti di santità femminile” (Giovanni Paolo II, Mulieris Dignitatem).
Tra queste donne singolari c’è senza dubbio Santa  Ildegarda di Bingen, vissuta nella Germania del XII secolo. Una figura di donna e di santa dalla personalità straordinaria, chiamata anche “la profetessa del Reno”.
“Oh tu, fragile creatura ... parla e scrivi ciò che vedi”
 “Nel mio quinto anno di vita vidi una luce così grande che la mia anima ne fu scossa però, per la mia tenera età, non potei parlarne...”.
Ildegarda nacque nei pressi di Alzey (a circa 30 km da Magonza) da Matilde e Idelberto di Bermersheim. Era di famiglia nobile. Due particolarità si notarono subito nella bambina Ildegarda: era di intelligenza pronta ed acuta ma anche di salute fragile. La sua vita fu segnata da visioni celesti che cominciarono all’età di 5 anni come lei stessa raccontò:
Ildegarda, di nobili origini, ricevette in realtà una modesta istruzione, ciò nonostante i suo lavori furono frutto evidentemente di una cultura vastissima e profonda, soprattutto la sua umiltà di base la fece considerare da tutti una persona amica più che una badessa quale era: ella viaggiò moltissimo nelle terre dell’Impero, sia in Francia che in Germania e chiunque, potente o povero contadino, si rivolgeva per un consiglio ricevendo sempre una risposta appropriata.
Lei scrisse di medicina con delle intuizioni felici come quando parlò dell’uso della terapia come difesa e cura di una malattia o come quando parlò del sangue che circola nel corpo umano, andando a sfidare le pratiche del tempo e soprattutto un potere tutto quanto maschile.



Anche sull’astronomia e sulla fisica fu intuitiva, parlò della Terra che gira intorno al Sole, il quale è posto al centro dell’Universo, delle stelle in continuo movimento molto prima che queste idee fossero enunciate, intendiamoci, sono intuizioni, non certezze, ma dette da una donna in quel periodo storico sapevano già di rivoluzione…
Profondamente religiosa e rispettata per questo, lei scrisse anche decine di poesie molto complesse e piene di sentimento, la musica che lei creò (che noi ancora oggi possiamo ascoltare) c’intrattiene con una pacatezza di spirito sicuramente insolita, frutto d’accorti studi sulla funzione ispiratrice dell’arte dedicata ai suoni: Ildegarda appare insomma un’autentica rarità in un panorama che vedeva soprattutto delle donne modellate su Matilde di Canossa per trovare spazio in una logica prettamente maschile.
Lei non s’interessò mai attivamente di politica, il suo cursus era tutto rivolto alla divulgazione scientifica e letteraria, ma appare chiaro che a lei si rivolgessero comunque le attenzioni dei potenti dell’epoca in cerca di sostegno al proprio operato, ma nessuno ebbe un trattamento di riguardo particolare: chiunque si rivolgesse a lei lo doveva fare senza intenti di potere, ella badava soprattutto allo spirito in una persona, non alla “spada” .
All’uomo d’oggi Ildegarda dice di non fare di se stesso un idolo, sacrificando ad esso tutto. La sua grande battaglia fu contro l’autonomia umana idolatrata, contro l’uomo centrato su di sé e pieno di sé, contro l’uomo che parla con empietà proclamando: “Non voglio ubbidire né a Dio né a qualsiasi uomo”.


E qui c’è anche un messaggio ecologico per l’uomo moderno. È di bruciante attualità. Tante volte ci si lamenta dell’inquinamento delle acque e dell’aria delle nostre grandi città. La qualità della vita sembra sempre più in pericolo, dovuto ad uno sviluppo selvaggio (non sostenibile) sprezzante dell’ambiente. Una volta rovinato esso si ritorce contro l’uomo stesso (pensiamo all’effetto serra e simili).
Per Ildegarda è quest’uomo senza rispetto né per Dio né per l’ambiente che causa il lamento terribile di tutta la creazione:

“E udii – ha scritto la santa – come gli elementi si volsero a quell’uomo con un urlo selvaggio. E gridavano: «Non riusciamo più a correre e a portare a termine la nostra corsa come disposto dal Maestro. Perché gli uomini con le loro cattive azioni ci rivoltano sottosopra come in una macina. Puzziamo già come peste e ci struggiamo per fame di giustizia»”.


È un invito pressante al rispetto della natura. A tutti raccomanda di rispettarla e ascoltarla, perché è Dio stesso che ci parla attraverso di essa. Anche la natura infatti può essere una delle vie per conoscere il suo Amore e arrivare a Lui. Questo il messaggio di Ildegarda. Accogliamolo.

Santa Giovanna d’Arco.



( Domrémy, 6 gennaio 1412 – Rouen, 30 maggio 1431) 
La Pulzella d'Orléans. La vergine  guerriera.

Riunì al proprio Paese parte del territorio caduto in mano agli inglesi, contribuendo a risollevarne le sorti durante la guerra dei cent'anni, guidando vittoriosamente le armate francesi contro quelle inglesi. Catturata dai Borgognoni davanti a Compiègne, Giovanna fu venduta agli inglesi che la sottoposero a un processo per eresia, al termine del quale, il 30 maggio 1431, fu condannata al rogo e arsa viva.

Wikypedia  



4 commenti:

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