venerdì 17 marzo 2017

Muri e ponti



Costruire ponti e non muri.

 Il 9 novembre 1989 il Governo della Germania Est ha annunciato l'apertura della "frontiera" tra Berlino Est ed Ovest. E migliaia di persone si arrampicarono sul muro per raggiungere Berlino Ovest. Nelle settimane successive molte parti del muro sono state portate via dalla popolazione, finalmente in festa per la ritrovata libertà di poter passare da una parte all'altra della città (e della Germania intera) senza il pericolo di essere arrestato o ucciso.  E’ stata un’azione di grande importanza per la libertà.

Nell’esercito romano gli ingegneri militari, uomini di grande esperienza (i pontifices), godevano di grande rispetto erano molto competenti nel costruire ponti. Erano soldati silenziosi, ufficiali a cui era dovuta grande stima, personaggi anche lontani dal mondo delle armi che dedicavano la vita ad unire sponde, a superare fiumi e burroni, a garantire un passaggio sicuro per truppe e uomini semplici che cercassero fortuna lungo le vie dell’impero. I pontifices custodivano il cuore pulsante dell’architettura romana, in guerra e in pace.
Qualunque fosse stata la situazione, i pontifices c’erano sempre, dalle battaglie più ardue alle feste più grandi (in cui andavano organizzate le imponenti architetture pubbliche), dalle campagne di conquista alle catastrofi naturali in cui, come, oggi l’esercito interveniva a supporto della popolazione. In ogni occasione, questi soldati-ingegneri, spesso «invisibili», erano pronti a creare l’incredibile, a costruire l’impossibile lì dove nulla poteva essere immaginato.
 I pontifices custodivano le tecniche con cui si gettano i ponti. E gettare un ponte vuol dire unire due sponde, collegare due punti che, seppur raggiungibili, non possono essere legati se non facendo uno sforzo, compiendo una missione, costruendo qualcosa che, pur rispettando le identità delle sponde, le unisca attraverso qualcosa di nuovo, forse nemmeno umanamente immaginabile. Non è un caso che il Papa è pontefice, come la carica massima della antica religione pagana romana. Il Pontefice – quello con la p maiuscola – è il costruttore di ponti per antonomasia, il garante del ponte più grande ed impensabile che si possa immaginare: quello tra l’uomo e Dio.

Quando si getta un ponte si fa sempre una scelta. Siccome costruirlo vuol dire impegnarsi, spendere tempo e risorse, allora è bene non improvvisare. Un ponte deve poggiare su basi solide ma deve fare anche i conti con le esigenze. Volendo, non solo scende a compromessi, ma rappresenta esso stesso un compromesso. Un ponte chiede delle premesse, attenzione, cura nella scelta dei punti, analisi dei bisogni. Il ponte ha un’etica, è fatto per restare, magari per essere smontato, ma non è fatto per fare del male. Non si costruisce un ponte perché crolli, magari si rischia perché non sempre la terra è buona, ma deve tener conto di dove poggia. Un ponte ha bisogno di rispetto. ma anche calma. Ed un po’ di spazio e tempo per pensare.
 Due sponde unite da un ponte resteranno per sempre due sponde. Non si fondono, non si uniscono, non coincidono, non scompaiono. Restano due sponde diverse, due sponde lontane, due sponde che posseggono, ognuna, una distinta dignità, una storia, una forma, una geografia tutta personale.
Un pontifex deve tener conto di chi o cosa passerà sul ponte. Perché chi attraversa un ponte deve farlo in sicurezza, senza rischi. Dovrà essere, allora, un ponte sicuro, che permetta tanto il transito quanto la sosta e che possa rappresentare anche un riparo, sotto il suo arco, quanto tutto intorno infuria la tempesta.
Un ponte è tanto forte quanto fragile. Può essere spazzato via dal vento o dalle inondazioni se non ha fondamenta profonde. Oppure può sprofondare, quando si è sbagliato il calcolo rispetto alla forza del terreno su cui si poggia. Per fare un buon ponte c’è una sola strada: partire contemporaneamente da entrambe le sponde. Non si può gettare un ponte da un solo lato, va costruito partendo contemporaneamente da entrambe i lati. 
E la stessa testa e lo stesso cuore che hanno fatto un ponte, se vogliono, possono costruirne ancora. Con più saggezza e competenza.

Se le strade portano in tanti luoghi, un ponte ha solo due versi di percorrenza ed unisce solo due punti. Di per sé, non è mai inizio né fine, non è mai punto d’arrivo ma sempre di partenza: anche di là dal ponte c’è una meta da raggiungere. Si dovrebbero gettare più ponti, anzi non bisognerebbe perdere occasioni per gettare ponti, per accorciare le distanze, per accogliere la possibilità che qualcuno possa avvicinarsi e che ognuno di noi può farsi più prossimo agli altri. Un ponte esiste sempre, anche quando fallisce. Diventa difficile cancellarne la memoria e ci sarà sempre qualcuno che si ricorderà di lui, anche quando sarà solo archeologia. Abbandonato e crollato, rappresenterà, a lungo, la forza di chi, nonostante tutto, ci ha provato. Come il ricordo di un ultimo lungo abbraccio, prima di un addio.

 Abbiamo bisogno di ponti, non di muri!

 Il Papa, come capo della Chiesa “universale”, è ben consapevole che molti muri esistono nel mondo. E coloro che hanno compreso papa Francesco, sanno che queste parole sono in primo luogo spirituali, e non politiche, e che – proprio per la loro valenza spirituale – possono essere adattato alle diverse situazioni e realtà della vita.
Le sue parole sono semplici, ma piene di realismo: «Preghiamo perché, con l’aiuto di Dio e la collaborazione di tutti gli uomini di buona volontà, si diffonda sempre una cultura dell’incontro, capace di abbattere tutti i muri che ancora dividono il mondo, e perché mai più persone innocenti siano perseguitate o uccise a causa della loro fede o religione. Là dove c’è il Muro, i cuori sono chiusi. Abbiamo bisogno di ponti, non di muri!».

Possiamo distinguere, infatti, due tipi di muri che separano “ideologicamente” gli uomini: muri fisici e muri psicologici. Di muri materiali non ce ne sono molti oggigiorno. Essi sono rari. Tuttavia, ne esiste uno, che è ancora in costruzione, in Terra Santa: è scandaloso che Israele continui a costruire il muro intorno al popolo palestinese, «per proteggere se stesso». Molte persone lo vedono come una «soluzione» a breve termine, ma ciò è particolarmente brutto. Questo muro è solo il riflesso visibile degli altri muri, quelli invisibili e “psicologici”, che sono molto più massicci e pericolosi.
Questi ultimi sono molto più numerosi rispetto a quelli materiali… sono quasi numerosi tanto quanto le persone che abitano questa terra. Ognuno di noi ha le sue barriere interne, che costruisce da se stesso, o che ha ereditato dalla cultura e dall’ambiente.
 Sono cresciuti così in altezza che alcuni non sono più in grado di rendersi conto che esistono altri oltre la propria esistenza. Chi arriva a vedere cosa c’è dietro i «muri di sicurezza» sperimenta alla fine nuovi orizzonti, e i veri sentimenti di pace e di sicurezza. Il muro psicologico più alto e spesso il più difficile è quello della «paura», dietro la quale si cerca invano di trovare pace e sicurezza.

Il Papa parla di «cuori che si chiudono». Questa immagine è veramente orribile! L’uomo che ha un cuore chiuso, non è più in grado di amore “scambievole” con gli altri. Non è più in grado di sentire il dolore degli altri. Loro sono i suoi “nemici”! È per questo che Cristo ha chiamato i suoi seguaci ad amare i propri nemici! È lì il cammino verso la libertà.

D’altra parte, l’uomo che ha costruito muri tra sé e gli altri, in realtà esprime il suo profondo desiderio di essere amato, e si priva della consolazione degli altri quando si trova in una situazione di sofferenza. Che solitudine e che tristezza! È già l’inferno!
Amare coloro che chiamiamo i nostri nemici si realizza concretamente nello “sforzo” che facciamo, chiedendo con fede l’aiuto della grazia, per costruire ponti con loro. Si tratta di un lavoro faticoso e doloroso certo, ma anche utile per sé e per tutti. Questo è il percorso verso il Regno Promesso.









4 commenti:

  1. Con la morte e Resurrezione di Cristo Dio ha ricostruito l'arca dell'alleanza con l'uomo.
    In pratica un ponte che l'uomo può percorrere e tornare dal Padre.
    I muri sono simboli della paura.
    Abbraccio Dani.

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    1. Allora realizziamo ponti!
      Ciao August.Grazie
      Dani

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  2. I muri, come le siepi, non ti permettono di vedere "al di là" quindi chiudono lo sguardo alla sola siepe. O muro. Noi siamo per i ponti!!!
    Buona domenica

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    1. Noi siamo per i ponti!!!
      Un abbraccio grande Lucia!
      Dani

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