giovedì 11 agosto 2016

Santa Chiara d'Assisi



Chiara D’Assisi


“La Forma di vita dell’Ordine delle sorelle povere, istituita dal beato Francesco, è questa:
Osservare il santo Vangelo di nostro Signore Gesù Cristo, vivendo in obbedienza, senza nulla di proprio e in castità.
Chiara, indegna ancella di Cristo e pianticella del beatissimo padre Francesco, promette obbedienza e riverenza al signor papa Innocenzo e ai suoi successori canonicamente eletti, e alla Chiesa romana.
E come al principio della sua conversione, insieme alle sue sorelle, promise obbedienza al beato Francesco, così promette di mantenerla inviolabilmente ai suoi successori.
E le altre sorelle siano tenute a obbedire sempre ai successori del beato Francesco e a sorella Chiara e alle altre abbadesse elette canonicamente, che le succederanno”
(RsC(RsC Cap. I,. 1-5, FF. 2750-2753)


Questo l’incipit della prima regola scritta, dopo tante traversie, da una donna, la prima in età medievale: neppure un sentore di autocompiacimento, solo la povertà grata di chi riconosce in ogni singolo istante, evento, circostanza il dono gratuito di un Altro. 




Spiritualità clariana

G R A T I T U D I N E   D I   C H I A R A,
ossia l’avvenuta comunione con il Dio della Vita
Cosa significa essere grati? Perché la gratitudine che sperimentiamo facilmente viene sovrastata dalle difficoltà, o anche solo da piccoli contrattempi? Perché è legata così fortemente ad occasioni e non è, invece, la quotidianità?
La gratitudine insegna a ringraziare, dunque, ma prim’ancora insegna a vedere i doni che costantemente riceviamo da Dio, l’Altro per eccellenza, e dagli altri e riconoscere in essi l’azione salvifica di Dio.
La presenza  nella personalità di santa Chiara della perfetta gratitudine che altro non è se non pura unione d’amore con il Dio della Vita, a immagine dell’eternamente  Amato.

La persona grata  apprezza in modo particolare ciò che gli altri hanno fatto per aiutarla a essere quello che ora è...

Com’è noto la conversione e la vita di Chiara, come da lei stessa più volte affermato, fu profondamente segnata dall’incontro con Francesco e dalla sua fraterna presenza: la santa se ne sente figlia riconoscente, tanto da qualificarsi sua plantula, piccola realtà geminata dalla vita del Poverello, e ciò in due atti eminentemente “pubblici”, ossia la Regola e il Testamento.

Nei suoi scritti, poi, nomina per ben 30 volte il beatissimo padre Francesco (2 volte nella III lettera di Agnese; 10 volte nella Regola e ben 18 nel Testamento) sempre rivolgendosi allo stesso con appellativi che esprimono “contemplazione”, “stupore di bellezza” (beato,santo, glorioso), epiteti spesso declinati al superlativo (beatissimo, gloriosissimo), grado dell’aggettivo, indicante qualità eccezionali, straordinarie e, quindi, nel contesto considerato, la grandezza non solo della persona di Francesco, imitatore di Cristo, ma anche dei benefici dal santo offerti alle sorelle povere tutte.

Chiara rivolge la sua lode al Donatore, Padre delle misericordie; gli è grata per ogni dono ed è proprio in questa radicale gratitudine che sa riconoscere in Francesco lo strumento attraverso il quale sommamente si è reso palese il disegno di Dio per lei e le sue sorelle.
La lode che sgorga non può che essere alta e "cantata" pure in un testo giuridico che regola la vita
comunitaria delle dame che assieme a Chiara vivono la sequela di Cristo sulle orme di Francesco.


La propensione di Chiara di gioire veramente per ogni frammento di vissuto, ravvisandovi sempre l’opera del Padre misericordioso che la ama e l’ha tanto amata da rivestire la sua stessa povera carne.

E prim’ancora, quale realtà più dell’incarnazione può essere alla portata di tutti? Quale gioia altrettanto grande può derivare da una realtà così limitata, “misera”, bisognosa dall’Altro, degli altri? Eppure la carne, la vita fragile di ciascuno, amata, abitata, sposata dal suo Creatore, spesso è fuggita: la si vorrebbe trasfigurata; disincarnata, onnipotente …
Chiara si ammala gravemente, ma continua la sua opera presso le sorelle povere, Clarisse dopo la sua morte.

Chiara non fugge; Chiara accoglie la “miseria” della sua creaturalità. È, lì, nella povertà della sua carne, vissuta nella più completa dipendenza dagli altri, latori, non del sovrappiù, ma del necessario per sopravvivere, che Chiara gioisce, avendo in essa trovato Cristo, il Logos eterno d’amore, il Dio amato che si restituisce, pura gratitudine, al Padre e agli uomini.

Refettorio di san Damiano
Guardata in un’ottica puramente umana, l’esistenza a San Damiano non è stata facile: indigenza, povertà, fatica, tribolazioni… ma in tutto Chiara riconosce presente e operante la Provvidenza e la misericordia del Padre celeste. Per questo, fiduciosa conclude:

“Lo stesso Signore,
che ci ha donato un buon inizio,
ci doni ancora di crescere nel bene
e di perseverarvi fino alla fine”.
Amen.
 

Chiesa San Damiano

Basilica di Santa Chiara 


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