giovedì 7 agosto 2014

Domenico di Guzman




 Domenico  imperniò il suo apostolato su dibattiti pubblici, colloqui personali, trattative, predicazione, opera di persuasione, preghiera e penitenza appoggiato dal vescovo di Tolosa, Folco di Marsiglia. Sempre in Linguadoca, a Prouille, egli aveva fondato un monastero in cui si accoglievano donne che avevano abbandonato il catarismo; intanto, attorno a lui si erano raccolti anche uomini che condividevano i suoi stessi ideali, e con essi egli maturò l’idea di dare alla predicazione del gruppo una forma stabile e organizzata.
Insieme a Folco nell’ottobre 1215 Domenico prese parte a Roma alConcilio Lateranense IV e sottopose il suo progetto a Innocenzo III che lo approvò. L’anno successivo, il 22 dicembre, fu il successore, Onorio III,a dare l’approvazione ufficiale e definitiva a quello che fu chiamato 
“Ordine dei predicatori”



Il riconoscimento pontificio favorì una rapida crescita di vocazioni e già dal 1217 l’Ordine fu in grado di inviare frati in varie regioni d’Europa, soprattutto nella  penisola iberica e nei principali centri universitari del tempo, a Parigi e a Bologna. Non mancarono opposizioni da parte dei vescovi locali, che però furono superate da una bolla papale datata 11 febbraio 1218, che ordinava a tutti i prelati di dare assistenza ai predicatori. Nel 1220 e nel 1221 Domenico presiedette a Bologna i primi due Capitoli Generali destinati a redigere quella che si può chiamare la Magna Charta dell’ordine, in cui ne vengono precisati gli elementi fondamentali, e cioè: predicazione, studio, povertà mendicante, vita comune, legislazione, distribuzione geografica e spedizioni missionarie. In particolare lo studio doveva esercitasi «di giorno e di notte». «in casa e in viaggio», come mezzo ascetico e in vista di una più efficace predicazione

Terminato il secondo Capitolo Generale, Domenico riprese la missione anticàtara soprattutto nel Veneto e nelle Marche con un gruppo di compagni messigli a disposizione dal Papa, e con l’aiuto del cardinale Ugolino, vescovo di Ostia, fondò altri conventi a Brescia, Piacenza, Parma e Faenza. Ma la fatica e il caldo spezzarono la sua fibra già estenuata dalle continue penitenze (non mangiava carne e non beveva vino), costringendolo a tornare a Bologna dove morì il 6 agosto 1221, circondato dai suoi frati ai quali aveva rivolto l’esortazione «ad avere carità, a custodire l’umiltà e a possedere una volontaria povertà». Attorno ai fianchi gli fu trovata una catena di ferro. Come già da vivo, anche dopo la morte si verificarono numerosi miracoli per intercessione i Domenico, ma i suoi confratelli, contrariamente a quanto avevano fatto i Frati Minori per san Francesco, non incoraggiarono affatto l’incipiente culto, anzi lo ostacolarono arrivando perfino a rimuovere e a spezzare gli ex voto per evitare che l’afflusso dei pellegrini impedisse il loro ministero. Il cardinale Ugolino, diventato papa Gregorio IX alla morte di Onorio III, li rimproverò per questo e il 3 luglio 1234 canonizzò Domenico a Rieti. Dal 1267 le reliquie del santo sono venerate a Bologna nella basilica a lui dedicata; l’arca che le contiene, scolpita da Niccolò Pisano, si è arricchita nel corso dei secoli di splendide aggiunte di importanti artisti (tra cui anche Michelangelo). A Roma, nel chiostro del convento di Santa Sabina sull’Aventino, è tuttora presente una pianta di arancio che, secondo la tradizione, san Domenico portò dalla Spagna.

Arca di San Domenico

Alcune note sull’iconografia domenicana


Il giglio che, secondo la tradizione iconografica cristiana - e non specificamente domenicana - significa la verginità; è singolare invece che il giglio sia attribuito ad un uomo - S.Domenico - nella tradizione iconografica infatti si usa questo simbolo per le sole donne, le sante.
Il bastone e il libro che gli furono consegnati, rispettivamente, dagli Apostoli Pietro e Paolo durante una visione avuta nella Basilica Vaticana. Dal momento che S.Domenico viaggiava a piedi, scalzo, il bastone era per lui un inseparabile compagno di viaggio; altrettanto inseparabile era il libro della Sacra Scrittura, in particolare il Vangelo di S.Matteo e le Lettere di S.Paolo. Il libro è un invito alla meditazione, allo studio, alla predicazione; il bastone è un appello all'evangelizzazione che abbia per unico confine i confini del mondo.
La stella sulla fronte che ricorda la stella vista dalla nutrice sulla fronte del neonato Domenico al momento del battesimo.
Il cane dal mantello bianco e nero che corre con una torcia in bocca e infiamma il mondo; così, in una visione, la Beata Giovanna Aza, madre di S.Domenico, aveva visto sé stessa dare alla luce un piccolo cane che incendiava tutta la terra.

Da qui il gioco di parole in lingua latina: Dominicani/Domini canes, i Domenicani (che prendono il nome da Dominicus, che a sua volta prende il nome da Dominus, il Signore)  sono i cani del Signore


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