mercoledì 16 agosto 2017

Un fiore generoso


Una fiaba…mai raccontata


"In un verdissimo prato contornato da tante chiazze colorate viveva una pianta con tanti grossi fiori gialli, insieme a tante altre sue gemelle. Pianta che attirati in primavera il maggior numero d'insetti per impollinare i suoi fiori, li vedeva trasformare in tanti piccoli semi, che potevano planare nell'aria con l'aiuto del vento, grazie ai lunghi filamenti bianchi posti come dei raggi di sole sulla testa del loro esile corpo. In un giorno come tanti altri, quando ormai la stagione era matura e tutto pronto per l'addio dei semi dalla madre pianta, uno di questi nel vedere dalle altre piante il volar via degli altri semi di soffioni esclamò «Mamma perché dobbiamo andarcene?». «È così che le cose sono sempre andate e così devono andare» gli spiegò la madre, cercando di fargli accettare quanto stava succedendo. «Io non voglio lasciarti qui tutta sola, mamma, come sta accadendo per le altre piante» replicò il piccolo seme alla madre «Non è giusto» continuò. «Figlio mio anche io prima di te sono stata un seme e ho dovuto lasciare mia madre e tutti i miei fratelli, solo così il mondo può proseguire» aggiunse la madre. Il piccolo seme però non ne voleva sapere di ascoltare la madre, convinto dell'ingiustizia di quanto stava accadendo, così non appena il vento autunnale iniziò a soffiare sempre più forte lui rimase lì stretto stretto a colei che lo aveva generato. «Non vado via mamma... io no!» disse mentre i fratelli pian piano prendevano il volo, verso quella che sarebbe stata la loro nuova vita, in un futuro ancora incerto. Una ventata ancor più potente si portò via in un attimo un intero ramo, tutti in una volta quei semi iniziarono il loro solitario viaggio, ma lui era ancora lì, attaccato con tutte le sue forze.


Così uno a uno i fratelli del seme, compagni in quella breve vita, senza fare alcuna resistenza andarono via; era rimasto solo lui... quando in un istante d'apparente quiete un soffio di vento lo prese alla sprovvista e anche lui si allontanò dalla pianta. «Nooo...» gridò inutilmente il piccolo seme, ma ormai la madre non poteva più ascoltarlo, era da solo lì sospeso in aria a volteggiare da una parte e da un'altra, in balia del vento. 
Vedendo alcuni dei suoi fratelli che lo accompagnavano in questo viaggio e altri invece che si fermavano in qualche posto. 
Superata la prima iniziale paura, di quanto stava accadendo, il seme iniziò a guardarsi intorno, il prato che conosceva e dove era nato non c'era più, ma ora vedeva cose che mai aveva visto prima. «È stupendo» esclamò quando vide un azzurro fiume pieno di pesci che vi nuotavano dentro. «Fantastico...» disse alla vista di immense montagne con le cime completamente innevate. La meraviglia del seme non trovò fine, non immaginava di trovarsi davanti a tante belle cose, lui che prima aveva conosciuto solo quel prato che ora gli sembrava così piccolo e pallido di fronte alle bellezze naturali che nemmeno immaginava che esistessero. Valli, pianure, laghi, boschi gli si presentavano innanzi. Quando poi il vento, che l'aveva sospinto in quel suo viaggio alla scoperta del mondo, si placò, il piccolo seme planò leggero leggero verso il basso in una immensa distesa dove solo il nulla gli faceva compagnia; ancora non sapeva che lì avrebbe passato il resto della sua vita. Giunto sulla terra si adagiò in una insenatura e passarono giorni, settimane, mesi, con l'alternarsi del sole e della luna, del giorno e della notte. Poi fitte piogge si fecero sempre meno intense, le giornate diventavano sempre più lunghe e là dove si era posato il seme fece la sua comparsa una verde gemma. La primavera stava arrivando nuovamente e ciò che una volta era un seme divenne dapprima germoglio e poi una pianta ricoperta di tanti bei fiori gialli, così il piccolo seme di soffione capì di far parte del circolo della vita e che anche lui avrebbe generato altri suoi simili per consentire il continuo rigenerarsi del mondo. 
Scritta da Alessio Sgrò



Il tarassaco è un’erba spontanea diffusa in tutto il territorio italiano, si trova ovunque in natura: campi, bordi delle strade, pascoli fino a 2000 metri di altitudine. Al genere taraxacum appartengono ben 60 specie distinte con ecotipi. La sua diffusione ha determinato diversi nomi popolari, il tarassaco viene chiamato anche “Dente di leone”, “soffione”, “stella gialla” o “capo di frate”, “insalata matta” o “cicoria selvatica”.

I vari nomi derivano dalle usanze popolari come ad esempio dente di leone che si riferisce alla forma dentellata delle foglie, oppure soffione perché la sua infruttescenza crea palle di semi leggeri che tutti i bambini, e non solo, amano soffiare via leggeri come fossero bolle di sapone di Madre Natura.





Dal fiore giallo si è trasformato in una lunare sfera leggera, ricamata dalle coroncine di piumette attaccate ai semini che se ne stanno stretti stretti al centro del...soffione. 





...quel seme che un giorno diventerà un bocciolo verde, un largo fiore giallo...un altro soffione.



Il piccolo Etereo Cappuccio
Poggiato sulla Testa -
Modisteria flessibile
Di un Dio sagace -

Fin quando scivola via
Un nulla alla volta -
E il Dramma del Soffione
Si estingue in uno stelo.


Emily Dickinson

lunedì 14 agosto 2017

Una bellissima preghiera

Nel Vangelo della festività dell’Assunzione della Beata Vergine Maria.





Il Magnificat di Maria

Il primo effetto che produce l’annuncio dell’angelo a Maria, che diventerà grembo di Dio, è quello di muoversi ad aiutare la cugina Elisabetta, incinta e avanti negli anni.
Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria,il bambino le sussultò nel suo ventre, e Elisabetta fu ripiena di Spirito Santo. Elisabetta da questo fatto fisiologico percepisce l’inizio dell’epoca messianica.
«Benedetta tu fra le donne, e benedetto il frutto del tuo ventre. E donde a me( è concesso) questo, che la madre del mio Signore venga a me?».
Elisabetta, per ispirazione dello Spirito, riconosce in Maria la madre del Messia. Il segno offerto dall’angelo a Maria è superato dalla realtà: ella incontra una persona pienamente aperta al mistero che è sotto l’influsso dell’azione divina come lei.

Allora Maria disse;

«L'anima mia magnifica il Signore  
e il mio spirito esulta in Dio, mio Salvatore,

 perché ha guardato l'umiltà della sua serva.
D'ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.

 Grandi cose ha fatto in me l'Onnipotente
e Santo è il suo nome:

 di generazione in generazione la sua misericordia
si stende su quelli che lo temono.

Ha spiegato la potenza del suo braccio,
ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;

 ha rovesciato i potenti dai troni,
ha innalzato gli umili;

 ha ricolmato di beni gli affamati,
ha rimandato i ricchi a mani vuote.

Ha soccorso Israele, suo servo,
ricordandosi della sua misericordia,

 come aveva promesso ai nostri padri,
ad Abramo e alla sua discendenza, per sempre.

La Visitazione -  Jacques Daret



Il Magnificat

È il primo dei tre cantici inseriti nel Vangelo dell’infanzia  
di Gesù, e presenta notevoli affinità di contenuti con gli altri due: “Il Benedictus di Zaccaria” e il “Nunc dimittis di Simeone”. In questo contesto è   per bocca di Maria un’espressione di lode e di ringraziamento, per quanto Dio aveva compiuto in lei. Erompe in questo canto per celebrare commossa e ammirata l’onnipotenza di Dio, ma non solo a nome proprio, bensì quale« figlia di Sion». Ella ricapitola le speranze messianiche del vero Israele, che ora si stanno adempiendo nell’evento escatologico, di cui diventa interprete e protagonista.



domenica 13 agosto 2017

All'alba





Ogni giorno all’alba ti benedico,
ti ringrazio.

Ti offro me stessa e i miei cari,
rendici capaci di fare cose buone.

All’inizio di questo giorno  di festa,
ti offro le mie mani

Signore , non voglio fare del male,
non voglio permettere alcun male.

Di dono questa giornata nuova,
voglio restare fedele e forte.

Temo di essere così debole!

Ecco le mie intenzioni,
guidami nel mio cammino.

sabato 12 agosto 2017

Sarà un desiderio realizzato da una stella cadente?




Qualche sera fa, sarà effetto dei desideri legati alle stelle cadenti?

Non lo so, ma la sorpresa è stata piacevolissimevolmente grande! 
L’artefice di questa sorpresa è un caro amico da molti anni, ma negli ultimi si era creata un'assenza dovuta a scelte di vita. Non più di due mesi or sono c’è stato un avvicinamento, solo virtuale, ma è stato un buon inizio per riallacciare legami sinceri privi di opportunismo, o altro. Il tempo ha filtrato le impurità, e lasciato un’amicizia trasparente.
Il messaggio è passato attraverso delle immagini, che, alcune non avevo mai visto.

 Riguardano i miei figli parecchi anni fa. Alcune le condivido con voi.




GianLuca a Roma per la giornata di raduno dei chierichetti, Anno 1983.






Sabrina,  suona e guida i canti nella santa Messa, anno 1984


Una felice sorpresa!


venerdì 11 agosto 2017

La vanità nascosta dietro umili parole





 Filotea 
Di Francesco di Sales
Capitolo V
L’UMILTA’ INTERIORE

Tu, Filotea, mi chiedi di condurti avanti nell’umiltà: quello che ho detto finora riguarda più il campo della saggezza che quello dell’umiltà; quindi andiamo avanti.
Molti non vogliono pensare alle grazie che Dio ha loro dato personalmente, non ne hanno il coraggio perché temono di cadere nella vanagloria e nel vuoto compiacimento. E qui si sbagliano: S. Tommaso d’Aquino dice che il mezzo per giungere all’amore di Dio è il pensiero dei suoi benefici; meglio li conosciamo e più amiamo Dio.
Direi proprio che niente può umiliarci di fronte alla misericordia di Dio quanto i suoi benefici, e niente può umiliarci di fronte alla sua giustizia quanto le nostre offese. Pensiamo a quello che Egli ha fatto per noi e a quello che noi abbiamo fatto contro di Lui; e, come dobbiamo pensare ai nostri peccati più piccoli, dobbiamo pensare alle sue grazie più piccole. Non dobbiamo temere che il conoscere i doni che ha posto in noi ci gonfi; è sufficiente che abbiamo sempre presente questa verità: ciò che di buono c’è in noi non viene da noi.
Rifletti: i muli, animali pesanti e maleodoranti, non cessano di essere tali solo perché sono carichi di mobili preziosi e profumati appartenenti al principe. Che cosa abbiamo di buono che non ci sia stato dato?
E se ci è stato dato, perché insuperbircene? E’ proprio il contrario: la seria riflessione sui doni ricevuti ci rende umili; la conoscenza genera la riconoscenza.
Ma se poi, vedendo i doni di Dio in noi, venisse a solleticarci in qualche modo la vanità, c’è sempre pronto un rimedio infallibile: pensiamo alla nostra ingratitudine, alla nostra imperfezione, alla nostra miseria: se pensiamo ai guai che abbiamo combinato quando Dio non era con noi, scopriremo subito che quanto di buono riusciamo ad imbastire con Lui, non è nel nostro stile e del nostro sacco. Ne proveremo gioia sincera perché il bene c’è, ma ne daremo il merito a Dio perché Lui solo ne è l’autore.
La Santa Vergine dice che Dio opera in lei meraviglie, e lo fa soltanto per umiliarsi e dare gloria a Dio; la mia anima magnifica il Signore, dice, perché ha fatto in me cose grandi.
Spesso diciamo che non siamo nulla, anzi che siamo la miseria in persona, la spazzatura del mondo; ma resteremmo molto male se ci prendessero alla lettera e se ci considerassero in pubblico secondo quanto diciamo. E’ proprio il contrario: fingiamo di fuggire e di nasconderci solo perché ci inseguano e ci cerchino; dimostriamo di voler essere gli ultimi, seduti proprio all’ultimo angolino della tavola, ma soltanto per passare con grande onore a capotavola.
L’umiltà vera non finge di essere umile, a fatica dice parole di umiltà; perché è suo intendimento non solo nascondere le altre virtù, ma soprattutto vorrebbe riuscire a nascondere se stessa; se le fosse lecito mentire, o addirittura scandalizzare il prossimo, prenderebbe atteggiamenti arroganti e superbi, per potercisi nascondere e vivere completamente ignorata e nascosta.
Molto umilmente e santamente dobbiamo tentare tutto quello che è giudicato opportuno per il nostro progresso spirituale da coloro che hanno la responsabilità della nostra anima.

 Pensare di sapere ciò che non si sa, è stupidità manifesta; voler fare il sapiente in un campo in cui sappiamo benissimo di essere ignoranti, è una vanità insopportabile; per conto mio non vorrei fare il sapiente nemmeno in quello che so, ma nemmeno atteggiarmi a ignorante

Quando lo richiede la carità, bisogna dare al prossimo, con franchezza e dolcezza allo stesso tempo, non soltanto quanto gli è utile all’istruzione, ma anche ciò che gli fa piacere. L’umiltà nasconde e copre le virtù per conservarle, le lascia vedere quando lo esige la carità, per accrescerle, svilupparle e perfezionarle.
L’umiltà richiama alla mente quell’albero delle isole di Tilo che di notte chiude e protegge i suoi bei fiori di colore incarnato e li dischiude soltanto quando si alza il sole, sicché la gente del paese dice che questo fiore di notte dorme. Così fa l’umiltà che copre e nasconde tutte le virtù e le perfezioni umane e le lascia apparire solo per il servizio della carità, perché è una virtù del cielo, non della terra, divina, non umana: è il vero sole delle virtù sulle quali deve sempre brillare. Si può concludere che le forme di umiltà che portano pregiudizio alla carità, sono certamente false.





giovedì 10 agosto 2017

San Lorenzo


Lorenzo (latino: Laurentius; Osca, in Spagna  225 – Roma, 10 agosto 258 è stato uno dei sette diaconi di Roma, dove venne martirizzato nel 258 durante la persecuzione voluta dall'imperatore romano Valeriano nel 257. La Chiesa cattolica lo venera come santo.
Le antiche fonti lo indicano come arcidiacono di papa Sisto II; cioè il primo dei sette diaconi allora al servizio della Chiesa romana. Assiste il papa nella celebrazione dei riti, distribuisce l’Eucaristia e amministra le offerte fatte alla Chiesa.
Viene dunque la persecuzione, e dapprima non sembra accanita come ai tempi di Decio. Vieta le adunanze di cristiani, blocca gli accessi alle catacombe, esige rispetto per i riti pagani. Ma non obbliga a rinnegare pubblicamente la fede cristiana. Nel 258, però, Valeriano ordina la messa a morte di vescovi e preti. Così il vescovo Cipriano di Cartagine, esiliato nella prima fase, viene poi decapitato. La stessa sorte tocca ad altri vescovi e allo stesso papa Sisto II, ai primi di agosto del 258. Si racconta appunto che Lorenzo lo incontri e gli parli, mentre va al supplizio. Poi il prefetto imperiale ferma lui, chiedendogli di consegnare “i tesori della Chiesa”.
Nella persecuzione sembra non mancare un intento di confisca; e il prefetto deve essersi convinto che la Chiesa del tempo possieda chissà quali ricchezze. Lorenzo, comunque, chiede solo un po’ di tempo. Si affretta poi a distribuire ai poveri le offerte di cui è amministratore. Infine compare davanti al prefetto e gli mostra la turba dei malati, storpi ed emarginati che lo accompagna, dicendo: "Ecco, i tesori della Chiesa sono questi".

Certo è che Lorenzo è morto per Cristo,  ma non è così certo il supplizio della graticola su cui sarebbe stato steso e bruciato. Il suo corpo è sepolto nella cripta della confessione di san Lorenzo insieme ai santi Stefano e Giustino. I resti furono rinvenuti nel corso dei restauri operati da papa Pelagio II. Numerose sono le chiese in Roma a lui dedicate, tra le tante è da annoverarsi quella di San Lorenzo in Palatio, ovvero l'oratorio privato del Papa nel Patriarchio lateranense, dove, fra le reliquie custodite, vi era il capo. 

Bernardo Strozzi, San Lorenzo distribuisce
le ricchezze della Chiesa.



E stasera...

 tutti con il naso all’insù per vedere “Le stelle cadenti”.

Il 10 agosto è la notte per antonomasia delle stelle cadenti. Col passare del tempo però, il picco dello sciame meteorico si è spostato. Quest'anno è infatti previsto per la notte tra il 12 e il 13. Ma se non ci sono nuvole vale la pena alzare lo sguardo o stendersi ogni sera, perché le Perseidi sono attive già da alcune settimane. L'appuntamento è fisso, ogni anno, quando la Terra nella sua rivoluzione incrocia i detriti lasciati da una cometa, la Swift-Tuttle, che orbita attorno al Sole ogni 133 anni. Frammenti e polveri entrano così in atmosfera, incendiandosi e dando vita a fugaci e brillanti scie.
Un luogo dove sarebbe bellissimo andare  in queste sere,  è al planetario.

Quindi formuliamo tanti desideri, chissà mai che qualcuno si realizzi!






lunedì 7 agosto 2017

San Domenico di Guzman

Domani 8 agosto la chiesa ricorda San Domenico, grande festa per  la nostra fraternita.

Domenico di Guzmán, Domingo o Domínico in spagnolo, è stato un presbitero spagnolo, fondatore dell'Ordine dei frati predicatori, proclamato santo nel 1234. 
 Nato l’ 8 agosto 1170, Caleruega, Spagna
Deceduto il  6 agosto 1221
 Ha frquentato  l’ Università di Palencia

Figlio di Giovanna d'Aza, e Felix Nunez de Guzman



Vero volto di S.Domenico.
Ricostruzione di Carlo Pini del 1946 dai 
risultati di uno studio sul cranio del santo
di un gruppo di professori bolognesi.
Cappella di S. Domenico, Bologna.




 San Domenico e i frati serviti dagli angeli - di
Giovanni Antonio Sogliani


La missione dei figli di san Domenico

Uno scritto di P.Ennio Staid O.P.
Della fraternità di Agognate Novara



[…] Tra i santi della chiesa Domenico è un santo semisconosciuto e, talvolta, chi ne parla lo mette fra gli inquisitori, considerando inquisitori uomini dal cuore duro che non hanno nulla, non solo di cristiano ma neppure di umano.
“ Inquisire” nella lingua italiana significa fare oggetto  di accurate indagini, e inquirente è: “ l’organo giudiziario o amministrativo, munito di poteri ufficiali, per la diretta ricerca della Verità”.Se così è, posso  affermare che San Domenico è stato un inquisitore; ossia è stato un umile e tenace cercatore della Verità.
Domenico era convinto che l’amore che nasce dalla conoscenza e che questa non può esistere senza l’intelligenza delle cose. Nella menzogna e laddove manca la chiara ed onesta ricerca della Verità non esiste autentico amore.
La verità è necessaria all’amore come il sole e l’acqua lo sono ad una pianta!
Un viaggio con il suo Vescovo mette Domenico in contatto con il caos in cui vede sprofondare l’umanità. Il catarismo una sottile e mascherata eresia che sosteneva ogni forma di purezza come norma di vita. I catari vagheggiavano una Chiesa dei “santi”, dei “puri”, “dei perfetti”, e ritenevano di dover escludere dai benefici della redenzione tutti i deboli e i peccatori.
La Grazia per costoro non poteva nulla contro il peccato. Quante menzogne si nascondono sotto il manto di una bontà fittizia! Quanto orgoglio, avarizia,meschinità si rivestono con il manto della povertà! A volte i “cosiddetti buoni” sono talmente paludati dalla loro bontà che, tutto ciò si discosta dal loro modo di vivere e di vedere, viene bollato come cattivo. Si sentono detentori  della verità  e si trasformano in fondamentalisti senza misericordia.
Tutto ciò turba così tanto la sua coscienza e la sua intelligenza che, finita la missione affidatagli, decide di rimanere tra i Catari per un lungo periodo.



"San Domenico adorante la Croce" - 1447-1450 -
 «San Marco Museum 

Vuole capire, indagare, non solo sulla loro dottrina, che gli sembra assurda, ma anche sul modo in cui la vivono. Entrare nel loro intimo. Sapere cosa spinge un uomo a sentirsi migliore, più buono di un altro.
Non dà giudizi affrettati  ma inquisisce ed indaga per quasi dieci anni.
In questa ricerca lo aiuta la lettura  assidua  delle lettere di San Paolo, che lo spinge a vivere in prima persona gli insegnamenti che l’Apostolo delle genti  dà al suo amico Timoteo: “ Cerca la giustizia, la fede, la carità, la pace… [… ]  Forse le domande che più assillavano la sua intelligenza, nei  lunghi anni che rimase solo a contatto con i catari, non furono dissimili  dalle nostre. Cercò infatti, di dare una risposta ai tanti “perché” che al suo tempo affollavano il cuore e la mente degli onesti:
Perché i cristiani sono così divisi tra loro? Perché i pastori della Chiesa non illuminano come dovrebbero il gregge di Dio? Perché non si ascolta più la dottrina della Chiesa? Perché i seguaci di Maometto diventano sempre più potenti ed impongono con la spada ed il terrore le loro teorie? Perché i peccatori di ogni specie non desiderano più recedere dai loro errori? Perché i Catari di oggi , non dissimili da quelli che incontrò Domenico, si chiudono nelle loro torri d’avorio? Perché nascono oggi come allora tanti fondamentalismi in ogni parte della terra? E soprattutto, perché noi cristiani non ci domandiamo dove sbagliamo e perché non sentiamo forte l’assillo di indagare, di cercare sempre e con onestà la verità?
A questi  “ perché” San Paolo rispondeva: perché gli uomini sono egoisti, <amanti del denaro, vanitosi, senza amore, ideali, maldicenti, intemperanti, intrattabili, nemici del bene, traditori, sfrontati, accecati dall’orgoglio, attaccati ai piaceri più che a Dio”(2 Tm 3,2-4).
Risposte tutte vere, ma che ancora non davano la risposta che cercava.
Nelle lunghe notti di preghiera Domenico trovò l’altra parte della verità che gli mancava. Comprese che ogni peccato gli apparteneva. Lui non era dissimile agli altri uomini.
Questa scoperta lo fece diventare il predicatore della Grazia, ossia dell’amore gratuito di Dio.
Gratuità che aveva sperimentato e sperimentava ogni giorno su se stesso.[…] Per  lunghi anni Domenico cerca risposte, prega, fa penitenza, vive una solitudine snervante, ma non deflette, non torna indietro, non si lascia scoraggiare. È determinato a fare la volontà di Dio che non lo vuole separato dal mondo e chiuso nelle sue certezze dogmatiche. Dio lo chiama a mescolarsi con i fratelli ed ad amarli al di là delle loro idee e dei loro errori.
[…] Domenico è un profeta attuale perché dice le cose non solo a me che sono domenicano, ma anche a voi che non lo siete. Egli parla con un linguaggio moderno, dice cose concrete e le dice attraverso l’esempio della sua vita.
Ogni albero lo si riconosce dai frutti, dalle foglie, dai rami, tanto che possiamo dire questo è un tiglio, quest’altro è una quercia. Nell’albero di San Domenico in questi secoli, c’è stato di tutto e di più, di meno e di meno ancora. L’albero domenicano non è dissimile dall’albero dell’umanità.
Anche nella nostra famiglia, come in ogni famiglia, vi sono stati e vi sono tutt’ora personaggi di grandissimo rilievo, San Tommaso D’Aquino è forse il più noto, e personaggi modesti come Martino De Porres. Personaggi di animo nobile e altri meno nobili di cui è difficile persino parlare, di cui spesso ci si vergogna.
Ombre e luci come vi sono state e purtroppo , vi sono nella santa Chiesa, o in ciascuno di noi. Questa è la nostra storia: fatta di uomini e non di angeli.
Gli uomini di oggi non sono diversi da quelli incontrati da Domenico. Oggi, come allora, troviamo confusione di idee, ruberie, caos morale, modi diversi di sentirsi cristiani, eresie, divisioni tra i popoli, il pericolo del fondamentalismo religioso, ma anche martiri, poeti, operatori di opere di misericordia, propagatori di pace e di giustizia, uomini e donne semplici che riflettono la luce della misericordia di Dio.
Anche noi oggi, come ai suoi contemporanei, San Domenico rivolge l’invito di Cristo: “Andate in tutto il mondo e predicate l’Evangelo ad ogni creatura!”(Mc 16,15)







venerdì 4 agosto 2017

Libri



Cerco nei libri la lettera, anche solo la frase che è stata scritta per me e che perciò sottolineo, ricopio, estraggo e porto via.
Non mi basta che il libro sia avvincente, celebrato, né che sia un classico: se non sono anch’io un pezzo dell’idiota di Dostoevskij, la mia lettura è vana.
Perché il libro, anche il sacro, appartiene a chi lo legge e non per il diritto ottenuto con l’acquisto.
Perché ogni lettore pretende che in un rotolo di libro ci sia qualcosa scritto su di lui.


Erri De Luca
Alzaia

giovedì 3 agosto 2017

Amici






Appendice.

Credo che un'amicizia vera si regga da sè sulle proprie gambe, non da sollecitazioni esterne positive o negative, cioè dallo stato di cui ci si trova, in un determinato momento. L'amicizia vera ha radici profonde. Non sarà il colpo di vento oppure la "secca" ha sradicarle.
Se così non fosse, non è mai stata amicizia.





mercoledì 2 agosto 2017

Amore e affetto



Ti amo» – disse il Piccolo Principe.
«Anche io ti voglio bene» – rispose la rosa.

«Ma non è la stessa cosa» – rispose lui. – «Voler bene significa prendere possesso di qualcosa, di qualcuno. Significa cercare negli altri ciò che riempie le aspettative personali di affetto, di compagnia. Voler bene significa rendere nostro ciò che non ci appartiene, desiderare qualcosa per completarci, perché sentiamo che ci manca qualcosa.»
Voler bene significa sperare, attaccarsi alle cose e alle persone a seconda delle nostre necessità. E se non siamo ricambiati, soffriamo. Quando la persona a cui vogliamo bene non ci corrisponde, ci sentiamo frustrati e delusi.
Se vogliamo bene a qualcuno, abbiamo alcune aspettative. Se l’altra persona non ci dà quello che ci aspettiamo, stiamo male. Il problema è che c’è un’alta probabilità che l’altro sia spinto ad agire in modo diverso da come vorremmo, perché non siamo tutti uguali. Ogni essere umano è un universo a sé stante.
Amare significa desiderare il meglio dell’altro, anche quando le motivazioni sono diverse. Amare è permettere all’altro di essere felice, anche quando il suo cammino è diverso dal nostro. È un sentimento disinteressato che nasce dalla volontà di donarsi, di offrirsi completamente dal profondo del cuore. Per questo, l’amore non sarà mai fonte di sofferenza.
Quando una persona dice di aver sofferto per amore, in realtà ha sofferto per aver voluto bene. Si soffre a causa degli attaccamenti. Se si ama davvero, non si può stare male, perché non ci si aspetta nulla dall’altro. Quando amiamo, ci offriamo totalmente senza chiedere niente in cambio, per il puro e semplice piacere di “dare”. Ma è chiaro che questo offrirsi e regalarsi in maniera disinteressata può avere luogo solo se c’è conoscenza.
Possiamo amare qualcuno solo quando lo conosciamo davvero, perché amare significa fare un salto nel vuoto, affidare la propria vita e la propria anima. E l’anima non si può indennizzare. Conoscersi significa sapere quali sono le gioie dell’altro, qual è la sua pace, quali sono le sue ire, le sue lotte e i suoi errori. Perché l’amore va oltre la rabbia, la lotta e gli errori e non è presente solo nei momenti allegri.
Amare significa confidare pienamente nel fatto che l’altro ci sarà sempre, qualsiasi cosa accada, perché non ci deve niente: non si tratta di un nostro egoistico possedimento, bensì di una silenziosa compagnia. 
Amare significa che non cambieremo né con il tempo né con le tormente né con gli inverni.
Amare è attribuire all’altro un posto nel nostro cuore affinché ci resti in qualità di partner, padre, madre, fratello, figlio, amico; amare è sapere che anche nel cuore dell’altro c’è un posto speciale per noi. Dare amore non ne esaurisce la quantità, anzi, la aumenta. E per ricambiare tutto quell’amore, bisogna aprire il cuore e lasciarsi amare.

«Adesso ho capito» – rispose la rosa dopo una lunga pausa.
«Il meglio è viverlo» – le consigliò il Piccolo Principe.

 Da- Il Piccolo Principe -

Libro di Antoine de Saint-Exupéry




Il  sorriso del Piccolo Principe, il suo messaggio, e un mare di stelle da guardare, sapendo che lassù, da qualche parte, un piccolo principe sta prendendosi cura della sua rosa.

La favola del Piccolo Principe, il più bel testo di Saint-Exupery, per un gran numero di persone del nostro secolo è stato il racconto chiave della vita, forse perché ripropone l'eterno sogno di una infanzia perduta, forse perché presenta quel senso di liberazione dall'insensato coercitivo mondo delle «persone grandi», forse per le immagini incantevoli con cui esprime la fiducia nella fedeltà incondizionata dell'amore, cioè di quel legame d'amore e di amicizia che nemmeno la morte può vincere.




lunedì 31 luglio 2017

Le rose rifioriscono




Son tornate a fiorire le rose
alle dolci carezze del sol.
Le farfalle s’ inseguon festose
nell’azzurro con trepido vol….                            




Guardando i fiori sul mio balcone,
mi è tornata alla mente una melodia, che mio papà canticchiava quando ero bambina.


















A volte anche le orchidee, per la gioia dei miei occhi... non solo le rose

♥ ♥ ♥